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La città invisibile e le parole ritrovate

Diplomata alla Scuola Holden di Baricco in tecniche della narrazione, Martina Carnesciali oggi è una editor, lavoro che ha preso corpo durante il lockdown, ma che è sempre stato dentro di lei, nascosto nell’amore per i libri e nella passione per la lettura.

Se fosse un luogo sarebbe “Il viaggiatore immaginario”, se fosse un libro “Le città invisibili”, se fosse una parola “altrove”. Lì dove ti portano i suoi occhi scuri e la sua voce vibrante, in un racconto di vita che ne racchiude almeno altre cinque, senza contare tutte quelle lette.

Martina Carnesciali porta con finta leggerezza i suoi trentacinque anni, in un continuo rincorrere città, lavori e perfino se stessa, con la speranza recondita di non trovarsi mai, per non fermarsi, per dribblare continuamente la noia, cosa che fa spesso e volentieri con la lettura, saltando da un libro a un altro, da una parola a un’altra; forse l’unico vero punto fermo della sua vita, adesso un lavoro.

“Il lockdown è stato bruttissimo e bellissimo al tempo stesso. Bellissimo perché amo stare da sola in casa, bruttissimo quando sono gli altri a impedirti di uscire. In quei giorni è scattato qualcosa in me e ho capito che non potevo farmi mangiare quel tempo, non potevo lasciarlo scorrere e basta. Così ho fatto il mio sito (sottotestoeditoriale.wordpress.com, ndr) e ho aperto la partita IVA, dandomi un’opportunità”, quelle che il mondo editoriale, soprattutto in questo Paese, fatica a concedere, anche alle più brave.

Il babbo Rosaldo operaio orafo, la mamma Simonetta maestra, il fratello Paolo dentista, più grande di nove anni e un’infanzia piena di solitudini riempite con la lettura: «Ho iniziato da piccola con i librini che si trovavano nei fustini del detersivo, il primo era la storia di un gatto, inseguivo mia madre e glielo leggevo, un po’ per davvero, un po’ inventando le parole. A dodici anni, invece, ho scelto e acquistato con i miei risparmi “I fiori del male”, di Charles Baudelaire, ancora oggi uno dei miei preferiti”.

Un diploma al liceo scientifico Redi e la voglia di iscriversi alla Scuola Holden di Torino, ma un incidente e il coma scozzano le carte, Martina inizia a studiare Lettere ad Arezzo: “Era come se lo dovessi ai miei, ma dopo due anni non ho resistito, ho fatto il test d’ingresso alla Holden (master in tecniche della narrazione, ndr) e mi hanno presa: sono stati i due anni più belli della mia vita. Perché? Perché quando, ventunenne, sei sola, lontana cinquecento chilometri da qualsiasi tipo di controllo, quando ogni mattina ti svegli parlando di Dostoevskij e della musica che ti piace con persone che hanno i tuoi stessi gusti, senza sentirti sbagliata, con docenti come Baricco, Moretti e Mari, be’ diventa un presente totalizzante”.

A Torino Martina prova a riprendere in mano gli studi universitari, ma prima trova uno stage e poi un lavoro, scrivendo per le pagine culturali del quotidiano La Stampa, cosa che continua a fare: “Ho intervistato Elizabeth Strout, premio Pulitzer per la narrativa con “Olive Kitteridge”, e sono stata, a mia volta, intervistata da Rai Radio 3 per un pezzo su Judy Garland e i retroscena de “Il mago di Oz”; mi sono divertita molto”. La crisi dell’editoria la spinge via da Torino, dal Parco del Valentino e le passeggiate in riva al Po. Arezzo, Bologna e ancora Arezzo, per amore di un ragazzo. Questo si è consumato, quello per le parole no, così è ripartita dallo IED di Firenze e un master in Web communication and social media marketing.

“Il primo cliente è stato uno scrittore di Sarzana. Mi ha fatto leggere il suo romanzo per caso e io, in automatico, ho iniziato a editarlo: è rimasto così contento dei miei suggerimenti che mi ha spinto a intraprendere il lavoro di editor. In questi mesi molte persone hanno iniziato a scrivere e vogliono mandare i propri lavori alle case editrici nella migliore veste possibile. Ad Arezzo, invece, la prima commissione è quella di un medico che scrive libri di storia e storia della medicina”.

L’incidente e il coma hanno lasciato dentro Martina una fame difficile da soddisfare. Una fame di vita, di luoghi, d’incontri, senza immaginare il futuro e nemmeno progettarlo, desiderando continuamente di essere altrove. Potreste incontrarla nei vicoli dell’Arezzo vecchia, mentre passeggia lambendo le vite degli altri che escono maldestramente dalle finestre aperte, oppure alla stazione, pronta a prendere il primo treno per Torino. Se vi capita, attaccate bottone, vi racconterà storie incredibili e bellissime. Se siete fortunati, la sua.

 

Francesco Caremani
Francesco Caremani
Francesco Caremani
Giornalista, comunicatore, aretino; tutto mescolato insieme. Faccio cose, vedo gente, «... se son d’umore nero allora scrivo / frugando dentro alle nostre miserie», il resto è solo mio