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Il petrone di Piazza Grande

No, non si tratta dell’antica colonna infame ma oggi sarebbe impossibile immaginare il lato delle logge senza quel pilastro

È possibile che una colonna malandata, che non ha nemmeno un secolo di vita, diventi un elemento insostituibile di una delle piazze più celebrate d’Italia? Se parliamo di Piazza Grande la risposta è sì. Provate infatti a immaginare il lato delle Logge senza il suo “Petrone”, che da quasi 90 anni se ne sta lì a farsi osservare da aretini e turisti, convinti di trovarsi davanti all’antica “colonna infame” di Arezzo.

In passato tutte le città avevano il loro luogo dove esporre i malfattori alla gogna. Note erano la colonna della Vicaria di Napoli, quella della giustizia di Bari, quella dell’isola Tiberina a Roma e così via. Esse servivano a esibire al pubblico ludibrio certe “categorie”, soprattutto falliti, bancarottieri e debitori insolventi, ma venivano utilizzate anche per appendere i bandi pubblici dopo la lettura da parte dell’araldo. Negli Statuti nel 1327, ad esempio, si dice che ad Arezzo c’erano due persone elette per farlo.

La colonna infame più nota della letteratura è quella milanese, innalzata nel 1630 al posto dell’abitazione di Gian Giacomo Mora, in spregio al barbiere accusato di essere un untore e per questo ucciso durante la pestilenza che sconvolse il territorio lombardo. Nel 1778 il manufatto venne fatto demolire ma fu reso celebre dal saggio di Alessandro Manzoni “Storia della colonna infame” del 1840, che mise in luce la perversione del sistema giudiziario spagnolo durante la dominazione della città meneghina.

Il pilastro aretino che vediamo oggi venne invece collocato in Piazza Grande dopo lo spostamento della statua in marmo del granduca Ferdinando III di Lorena, realizzata nel 1822 dallo scultore neoclassico fiorentino Stefano Ricci. Nell’ambito della neomedievalizzazione della piazza, che aveva portato anche al rialzamento di alcune torri precedentemente mozzate, la scultura risultava infatti decontestualizzata e così, nel 1932, fu trasferita sulla sommità di Piaggia di Murello. Al suo posto venne inserita una riproduzione in pietra serena delle antiche colonne infami, nel nostro caso formata da basamento, fusto, capitello in stile dorico e sfera apicale sormontata da una croce. Quest’ultima, sempre di pietra, è scomparsa ma si può vedere ancora nelle foto e nei filmati storici.

Angelo Tafi, nel suo volume “Immagine di Arezzo”, scrive che una colonna infame esisteva fin dal Duecento ma non si sa in che punto della piazza fosse collocata. Di sicuro sappiamo che nel XVIII era già stata rimossa, perché nella “Veduta di Piazza Grande” attribuita a Cristoforo Donato Conti, custodita nel Museo della Fraternita dei Laici, non è presente.

Il particolare esclusivo di un’altra opera potrebbe tuttavia sciogliere il quesito. Sempre nel palazzo dello storico ente, infatti, nel 2017 è stata trasferita la “Pianta del condotto vasariano di Arezzo e della Fonte della Piazza”, in precedenza nel Museo di Arte Medievale e Moderna, garantendo all’opera una migliore illuminazione che permette di osservare tanti dettagli.

La grande tela fu eseguita nel 1696 dal cartografo e impresario edile Giovan Battista Girelli e mostra il percorso dell’acqua dalle falde di Cognaia al centro di Arezzo. Se aguzziamo la vista, visto che il particolare è quasi impercettibile, noteremo la colonna infame all’angolo nord-est della piazza, dove inizia la salita verso Piaggia San Martino.

Il colore chiaro del manufatto, anch’esso con una sfera terminale, ci fa pensare che fosse stato di un materiale lapideo più resistente della pietra serena, quindi marmo o travertino. In attesa di trovare documenti inediti del periodo che confermano questa identificazione, ci sentiamo di ipotizzare che almeno per tutto il XVII secolo, e quindi dopo il completamento del Palazzo delle Logge che ridisegnò il lato settentrionale di Piazza Grande, quello fu il luogo scelto in città per mettere i disonesti alla berlina.

Marco Botti
Marco Botti
Marco Botti
Aretino di nascita e per vocazione.
Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi.
Arte, musica, storia della mia città sono il pane quotidiano.
Credo nella natura divina dei Beatles.