Storia, arte e segreti di un castello medievale divenuto la Città del Diario

di Marco Botti | in collaborazione con

 

Geolocalizzazione

Oggi conosciuta a livello internazionale come la “Città del Diario”, Pieve Santo Stefano sorge nella parte nord orientale della Valtiberina toscana, alla confluenza del Tevere con il torrente Ancione.
Pieve, come la chiamano i suoi abitanti, è l’ultimo baluardo aretino verso la Romagna, immerso nel verde dell’Appennino, che trasuda dalle pietre dei suoi edifici e dal silenzio delle sue vie e piazzette una storia affascinante e travagliata, che vale la pena di scoprire assieme agli scorci paesaggistici inestimabili che regala il territorio comunale, in qualunque direzione e stagione si scelga di indagarlo.

Dal medioevo alla Seconda Guerra mondiale, una terra al centro di aspre contese

Pieve Santo Stefano vanta origini antichissime, come dimostrano i ritrovamenti che risalgono al Neolitico e all’Età del Bronzo. In epoca romana era un’area strategica dove correvano importanti strade, come la via Ariminensis che collegava Arezzo a Rimini attraverso il passo di Viamaggio. Nella stessa epoca dalla Massa Trabaria vi giungeva il legname che veniva fatto scorrere sul Tevere per fluitazione fino a Roma.
In un manoscritto del 723 il luogo era citato come Suppetia. Sempre nella prima metà dell’VIII secolo i longobardi conquistarono la zona sottraendola ai bizantini, denominandola Massa Verona. Nel X secolo il viscontado della Massa Verona venne assegnato a Goffredo d’Ildebrando, capostipite dei conti di Montedoglio. A quei tempi Pieve Santo Stefano era indicato come Castello di Verona e in seguito fu Castelfranco, mentre l’attuale toponimo appare saltuariamente nei documenti dalla fine del XII secolo, con riferimento alla chiesa battesimale. Nel 1264 i pievani chiesero protezione al vescovo ghibellino di Arezzo Guglielmino degli Ubertini, che dotò il luogo di nuove fortificazioni e lo ribattezzò Castel San Donato. Nel 1269 i guelfi perugini e i biturgensi danneggiarono il fortilizio. Arezzo intervenne assediando Sansepolcro, che dopo la capitolazione fu costretta a ricostruirlo a sue spese.
I primi decenni del Trecento furono prima nel segno del condottiero Uguccione della Faggiuola e quindi dei Tarlati da Pietramala, che ad Arezzo instaurarono una “signoria de facto”. Il castello pievano fu munito di una seconda cinta e dagli statuti comunali aretini si apprende che il luogo era associato al Quartiere di Porta Crucifera. Nel corso del Trecento Pieve Santo Stefano acquisì il nome definitivo e rimase sotto il controllo di Arezzo fino alla sottomissione di quest’ultima a Firenze. Dal 6 gennaio 1385 i fiorentini presero possesso del borgo fortificato trasformandolo in podesteria, nel 1483 completarono la terza cerchia e nel 1545 vi istituirono un vicariato, che restò in piedi fino al 1838.
Il 14 febbraio 1855 un’alluvione distrusse in gran parte il paese, che fu prontamente ricostruito, ma i terremoti che colpirono tra il 1917 e il 1919 l’Appennino tosco-romagnolo e la Seconda Guerra Mondiale, quando la zona fu attraversata dalla Linea Gotica, portarono nuove devastazioni.


A spasso nel centro storico, in cerca delle antiche vestigia

Nonostante le vicende degli ultimi due secoli, nel secondo dopoguerra Pieve Santo Stefano risorse con coraggio e molte tracce del suo passato sono ancora ben custodite, come alcuni tratti delle antiche mura.
Tra i luoghi d’interesse del centro storico va citato in primis il Palazzo Comunale di origine trecentesca che custodisce la monumentale “Samaritana al Pozzo” di Girolamo della Robbia del 1511, in principio sopra la vicina Fonte del Tribunale. Il cinquecentesco Palazzo Pretorio è invece sede del Piccolo Museo del Diario e del Centro di documentazione storica della Civiltà Contadina “Dina Dini”. Da ricordare anche le caratteristiche Logge del Grano risalenti al XIX secolo.
La neoclassica Collegiata di Santo Stefano, custode di splendide terrecotte invetriate cinquecentesche, fu costruita tra il 1844 e il 1881 nella zona dove sorgeva la pieve medievale. Nella piazza antistante una targa bronzea ricorda la casa in cui nacque nel 1908 Amintore Fanfani, protagonista della politica italiana della seconda metà del Novecento. Il Santuario della Madonna dei Lumi, eretto tra il 1590 e il 1625 in stile tardorinascimentale, accoglie invece una tavola di primo Cinquecento con la “Madonna in trono con il Bambino e santi” attribuita a Fra’ Bartolomeo, gli affreschi ottocenteschi di Luigi Ademollo e un’immagine mariana ritenuta miracolosa, a cui i pievani sono molto devoti. A lei vengono dedicati ogni anno, il 7 e l’8 settembre, la “Festa della Madonna dei Lumi” e il “Palio dei Lumi” disputato dai rioni Pontenuovo, Pontevecchio, Rialto e Centro Paese.
L’ex Convento delle Clarisse, fondato nel 1514 lungo la sponda destra del Tevere, nel corso dell’Ottocento fu trasformato in asilo infantile ed è destinato a diventare la nuova sede dell’Archivio Diaristico Nazionale. Nei pressi della confluenza del fiume con il torrente Colledestro, nell’immediata periferia est, si trova infine la Chiesa di Santa Maria di Culiestro a pianta ottagonale. Documentata dal XII secolo, sorge nel luogo in cui in epoca romana esisteva un tempio collegato al culto delle acque.


I dintorni di Pieve Santo Stefano, dove la pace regna sovrana

Il territorio comunale pievano è costellato di antichi borghi, edifici rurali isolati e ambienti naturali di raro fascino. Uscendo a sud dal capoluogo ci si può immergere subito nella Riserva Naturale di Popolamento Animale di Formole, un’area protetta regionale che ospita un centro di selezione equestre dedicato ai cavalli di razza maremmana e avelignese per l’Arma dei Carabinieri.
Proseguendo sulla strada panoramica che costeggia la sponda di ponente del Lago di Montedoglio, realizzato tra il 1977 al 1993 sbarrando con una diga il corso del Tevere, si incontrano Sigliano con la sua splendida Basilica di Santa Maria della Pace in stile neobizantino, realizzata nei primi anni Venti del secolo scorso sui resti di un’antica pieve, e il pittoresco villaggio di Tizzano, dove in passato sono stati ritrovati reperti etruschi. Sulla sponda di levante si osserva Baldignano con la sua torre medievale e la Chiesa di San Lorenzo dotata di una cripta dell’XI/XII secolo. Più in alto il Castello di Brancialino del XII secolo domina tutto il bacino artificiale e regala scorci straordinari, mentre del nucleo antico di Madonnuccia rimane solo il ricordo, visto che fu sommerso con la realizzazione dell’invaso.
Spostandoci a ovest, sulla via che porta verso il Monte Verna, si trova Mignano con la Chiesa di Sant’Andrea della Torre documentata dal 1085. Proseguendo si arriva a Montalone e alla Chiesa dei SS. Giacomo e Cristoforo, dove ammirare al suo interno alcune opere del XVI secolo.
A nord si possono raggiungere Cercetole e il suo Eremo della Madonna del Faggio di origine cinquecentesca, Valsavignone e la sua Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, custode di una robbiana del 1523 sull’altare, e l’amena Bulciano, dove si trova la villa in cui visse dal 1907 lo scrittore Giovanni Papini. Lì il letterato ospitò tanti personaggi illustri di primo Novecento. La cosiddetta “ Croce del Papini ”, innalzata nel 1949, ancora ricorda la sua conversione al cattolicesimo.
Il territorio pievano orientale, fatto di boschi lussureggianti alternati ad anfratti rocciosi, ha in Cerbaiolo la località più conosciuta.

L’Eremo di Cerbaiolo, uno dei luoghi simbolo della Via di Francesco

“Chi ha visto La Verna e non ha visto Cerbaiolo, ha visto la mamma ma non il figliolo” recita un vecchio proverbio pievano. Sorto come romitorio benedettino nell’VIII secolo per volontà del nobile Tedaldo di Città di Castello, l’Eremo di Cerbaiolo è uno dei luoghi francescani per eccellenza del territorio aretino, dove dimorarono sia San Francesco d’Assisi, sia Sant’Antonio da Padova.
Tra il 1216 e il 1217 il complesso religioso fu donato a San Francesco, ma la cessione definitiva ai francescani avvenne solo nel 1306 e in cambio i benedettini ottennero un edificio a Badia Tedalda. Il romitorio valtiberino fu abitato dai frati fino al 1783, quindi divenne parrocchia intitolata a Sant’Antonio.
Nel 1944 l’eremo fu minato dai tedeschi per rallentare l’avanzata alleata. Nel dopoguerra le parti rovinate vennero ricostruite e nel 1967 Cerbaiolo fu affidato a un istituto secolare francescano. Fino al 2010 la ravennate Suor Chiara si prese cura del romitorio, che oggi è diretto dalla Fraternità di San Damiano.
Ancora si possono osservare il chiostro, la Chiesa di Sant’Antonio, il refettorio e le celle dei frati. La Cappella di Sant’Antonio, eretta nel 1716 con il fianco occidentale che poggia sulla roccia nuda, conserva la cavità che secondo la tradizione protesse nel 1221 il futuro santo di origine portoghese, svenuto dopo molte ore di preghiera. Cerbaiolo è tappa fondamentale della “Via di Francesco”, percorso escursionistico che unisce i luoghi più significativi legati al patrono d’Italia tra La Verna e Assisi.

I Diari di Pieve, un viaggio straordinario nella memoria privata

Inaugurato nel 2013, Il Piccolo Museo del Diario ospitato nel Palazzo Pretorio di Pieve Santo Stefano è un luogo unico nel suo genere in Italia, suddiviso in quattro sale, in cui attraverso un percorso multisensoriale e interattivo viene raccontato l’Archivio Diaristico Nazionale, fondato nel 1984 dal giornalista Saverio Tutino. Al suo interno si trovano migliaia di testimonianze autobiografiche, epistolari, memorie e diari donati dai cittadini e tutti consultabili nell’archivio, che da storie singole e personali diventano vicende collettive e universali con cui ripercorrere la storia d’Italia.
La raccolta si è formata nel corso negli anni, grazie soprattutto agli scritti giunti con il “Premio Pieve – Saverio Tutino” dedicato a diari, memorie ed epistolari inediti. Dal 1991 la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale si occupa della salvaguardia e della valorizzazione di un patrimonio destinato a crescere nel tempo in quantità e valore, che fa di Pieve Santo Stefano la “Città del Diario” per eccellenza.