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In fila per il dopo

C’è voluto un virus per metterci tutti in riga, anche al supermercato. Ci hanno camuffati con delle mascherine inquietanti, appiccicate alla faccia come cerotti sopra una ferita che deve cicatrizzare. E aspettando di scavalcare il picco dei contagi, viene il sospetto che a picco ci stiamo andando noi. Eppure c’è quella punta di ottimismo che fa capolino e ti dice che un dopo arriva sempre. Anche a un metro di distanza

C’è voluto un virus per metterci tutti in riga, anche al supermercato. Incolonnati, disciplinati, silenziosi. Noi che le code non le abbiamo mai sopportate e le abbiamo sempre fatte in fila indiana per due, per tre, per dieci. C’era il made in Italy anche per questo. E mentre sei lì a distanza di carrello da quello davanti, e respiri quest’aria di diffidenza, di sospetto che ci ha ammorbato all’improvviso, pensi a quanto poco sia bastato per sovvertire l’ordine delle cose.
“Andrà tutto bene” dicono. Sì, ma quando?
Ci hanno camuffato con mascherine inquietanti, appiccicate alla faccia come cerotti sopra una ferita che deve cicatrizzare. Ci hanno tolto l’espressività del sorriso, lasciandoci soltanto qualche fugace incrocio di sguardi che dilata il disagio anziché mitigarlo.
E gli esperti, dei quali ormai non possiamo fare a meno come del fumo, delle slot, dell’alcol, ci dicono pure che dovremo abituarci. E’ diventata una dipendenza: il virologo, l’epidemiologo, l’infettivologo. Sai che dovresti smettere di ascoltarli ma non ce la fai. Li senti parlare e ti rovinano con il droplet, il distanziamento sociale, i dispositivi di protezione, l’isolamento, la quarantena. Attendi di scavalcare il picco dei contagi, di riprendere una vita normale, e ti viene il sospetto che a picco ci stiamo andando noi. Tutti insieme, ma non è un gran sollievo.
Intanto la fila scorre, i carrelli si muovono, il silenzio è monolitico. Rifletti sul fatto che hai sperato tante volte in un cambiamento: regolarizzare gli orari, passare più tempo a casa, scrollarti di dosso quella maledetta frenesia che ti accompagna da sempre, che devi fare una cosa e poi un’altra e poi un’altra, ed è proprio la frenesia a sfibrarti piano piano, fino a che un giorno crolli giù come un fuscello. Se ti va bene, ti riprendono per i capelli, e se ti va male amen. Ci hai sperato tante volte in un cambiamento, ma mica così. La realtà ha più fantasia di noi.
Osservi Arezzo, lì sullo sfondo, mogia mogia, vuota, in stand by. Una città deserta come tutte le sue sorelle, più piccole e più grandi, in ogni angolo di questo mondo infetto. Ti prometti che, appena sarà possibile, le userai maggior riguardo, non come prima che neanche ci facevi più caso. Poi ti cadono gli occhi sulle mani dei tuoi compagni di fila, imbustate nei manicotti di lattice, e sorridi amaro perché comprendi che dovrai trattare con i guanti un sacco di cose. Non solo quelle che ti piacciono di più.
“Andrà tutto bene” dicono. Sarà. Ti domandi se veramente questa parentesi di vita sospesa avrà l’effetto della catarsi, se le brave persone saranno ancora più brave, se le cattive persone saranno un po’ meno cattive, e ti rendi conto che a una storia del genere ci avresti creduto quand’eri un idealista incallito, non oggi che hai accettato di vivere guardando in faccia la realtà, scendendoci a patti ogni volta che è necessario.
Eppure è proprio quella punta di ottimismo rimasta lì, sotto la superficie, che fa capolino e ti manda un impulso regolare, costante, come il led di una batteria che ancora non è scarica del tutto. Ti dice che un dopo arriva sempre, che un metro di distanza non è come tre metri sopra il cielo ma ci si può fare l’abitudine, che ognuno di noi dovrà recitare una parte attiva per ridefinire l’orizzonte. Che si può fare.
Come sarà il dopo, non lo sa nessuno. Ma ne abbiamo voglia. Al punto che, guardandola da sopra la mascherina, Arezzo è vuota ma anche elegante. Ti fa apprezzare degli scorci a cui di solito non badavi, ti mostra angoli che non ricordavi fossero lì. Pensi a quando, finalmente, potrai tornare a gustartela fino in fondo e proprio in quel momento la fila scorre ancora, rimettendo dentro al carrello i tuoi stati d’animo aggrovigliati insieme alla lista della spesa.

 

 

 

Andrea Avato
Andrea Avato
Andrea Avato
Amo lo sport, i film d'azione e i fumetti di Dylan Dog.
Adoro viaggiare, ma dovrei farlo più spesso.
Sognavo di fare il calciatore, sono diventato giornalista e poteva andarmi peggio...
Vivrei tutta la vita al mare