Alpinista, viaggiatore, arboricoltore e tree climber. Lorenzo Brunello ha costruito la propria vita seguendo una linea verso l’alto, dove ogni salita è responsabilità, ma anche libertà

 

Ci sono persone che la montagna la scoprono da grandi. Altre che la incontrano da bambini, magari durante una vacanza, e se la portano dietro come un ricordo felice. Lorenzo Brunello, invece, sembra esserci nato dentro. Non tanto per una questione geografica, quanto per una vera educazione alla verticalità. La sua storia parte dalle Dolomiti, passa per le spedizioni alpinistiche in Pakistan, attraversa il Sud America, arriva ad Arezzo e trova negli alberi una nuova forma di altezza. Oggi Lorenzo è arboricoltore e tree climber: sale sugli alberi per curarli, metterli in sicurezza, accompagnarne la crescita. Ma il suo mestiere nasce da una vita abituata all’altezza.

«A tre anni ero già in cima alla Marmolada. Mio papà mi aveva fatto dei ramponcini e il fine settimana era solo montagna. Le Dolomiti sono il posto più bello del mondo. Mio padre, Franco, era un grande alpinista ed è stato lui a trasmettermi questa passione».

Quella cultura della montagna è diventata un metodo, da anni una professione con la valigia piena di attenzione, preparazione, rispetto del rischio, capacità di fermarsi quando serve. Prima di arrivare agli alberi, però, Lorenzo ha provato anche l’esperienza dell’ufficio. È geometra, ma ha capito subito che non è quella la strada da seguire. «Non era la mia vita».

La svolta arriva dopo un anno in Sud America, tra Venezuela e Patagonia. E il luogo in questo caso è in Nepal, quando la futura moglie – alla quale faceva la guida in un trekking – gli mostra un articolo su una rivista americana dedicato a chi lavora arrampicandosi sugli alberi. Sono i tree climbers. Per Lorenzo è l’incontro tra ciò che sapeva fare e ciò che cercava.

«Era il 2006. Ho fatto poi il corso per l’abilitazione agli interventi su corda sugli alberi. All’epoca in Italia eravamo pochissimi, circa duecento. Poi nel 2010 mi sono trasferito ad Arezzo per amore e qui ho dovuto far conoscere questa professione, perché si usavano quasi soltanto le piattaforme aeree».

Da allora il suo lavoro è diventato una piccola battaglia culturale: «In Italia non è ancora del tutto chiara la differenza tra giardiniere e arboricoltore». Il primo può occuparsi del verde in senso ampio; il secondo entra nella vita della pianta, ne valuta struttura, salute, stabilità, necessità e futuro. Significa soprattutto distinguere tra tagliare e curare.

Bella, sana e sicura. Tre parole che riassumono il suo metodo. La bellezza come equilibrio della forma, la salute come capacità di rispettare i processi vitali della pianta, la sicurezza come responsabilità verso il contesto in cui quell’albero vive. Case, strade, parchi, giardini, persone.

«Più piccoli fai i tagli, più la pianta cicatrizza. Le piante non hanno bisogno di noi, sono sul pianeta da milioni di anni. Siamo noi che dobbiamo imparare a intervenire nel modo giusto».

Il gesto tecnico diventa quasi un gesto etico. Non si tratta di dominare la natura, ma di capirla: evitare gli interventi drastici, i tagli inutili, le capitozzature che espongono la pianta a funghi, malattie, debolezze future. In sintesi: fare bene ciò che serve.

Negli anni Lorenzo ha operato su alberi importanti e in contesti prestigiosi.

«Ho fatto lavori internazionali, dalla Costa Azzurra a casa di un noto imprenditore russo per un eucalipto gigante alto quaranta metri, fino alle ville Marzotto a Valdagno. Ho lavorato su piante enormi, querce secolari, alberi che richiedono un’attenzione totale. Ma ogni pianta va letta. Non puoi applicare sempre lo stesso schema. Io dico sempre che l’organizzazione è il cinquanta per cento del lavoro e del guadagno. Prima di salire devi sapere cosa fare, come farlo, dove passare, dove ancorarti, che rischi hai. L’improvvisazione, in questo mestiere, non esiste».

Il linguaggio della montagna torna sempre. Soprattutto quando si parla di rischio. Perché salire sugli alberi, usare corde, motoseghe, ancoraggi, lavorare sospesi a diversi metri da terra richiede lucidità. E richiede una qualità che Lorenzo considera fondamentale anche nell’alpinismo: la capacità di fermarsi.

«Il bravo alpinista, come il bravo professionista, è quello che sa tornare indietro e valutare il rischio. E non sempre arriva in cima. Va compreso il momento».

Questa consapevolezza non nasce solo dalla teoria. Nel 2015 Lorenzo rimase sepolto sotto una valanga sul monte Falterona per due ore.

«Mi ha salvato la vita il mio collega Alessio. Da allora il nostro rapporto è più che lavorativo. È una cordata di fiducia cieca. Come con Gabriele, con cui lavoro ogni giorno. In questo lavoro devi fidarti delle persone con cui collabori. Non puoi farne a meno».

Compagni di lavoro, persone che condividono responsabilità e pericolo. Lorenzo è un artigiano, ma intorno a sé ha costruito una rete di professionisti e amici.

È anche per questo che ogni intervento inizia molto prima della salita. Comincia a terra, osservando l’albero, studiando i punti di accesso, organizzando la squadra. Poi arrivano le corde, gli ancoraggi, il lavoro in quota. Ma il principio resta lo stesso imparato in montagna: educazione, rispetto e massima attenzione.

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La penna e il microfono sono stati compagni costanti nella mia vita, e mi hanno permesso di diventare giornalista. Ho sempre avuto uno spirito sognatore, unito a una profonda passione professionale per lo sport. Credo fermamente che anche l'errore faccia parte del percorso e possa rivelarsi un'opportunità di crescita e scoperta.