Dal Medioevo, segreti e curiosità di un gioiello architettonico di impareggiabile bellezza
Se dovessimo stilare una classifica dei luoghi più suggestivi e importanti della Valcerfone, Badia San Veriano, a circa 760 metri di altezza sul margine orientale dell’Alpe di Poti, salirebbe sul podio per tanti motivi: la sua storia, il suo fascino, i suoi misteri, il contesto paesaggistico in cui è immersa.
L’abbazia benedettina di San Veriano in Aiole sorse nell’XI secolo in seguito alla diffusione del culto del santo titolare nell’alta valle del Tevere, le cui reliquie erano state raccolte nel 1012 nel duomo di Città di Castello. Il monastero e la sua chiesa triabsidata risultavano già collegati a Camaldoli in un documento del 1113. Nel 1198 il vescovo aretino Amedeo ne entrò in possesso, ma nel 1216 erano nuovamente in mano ai monaci. L’influenza e la voglia di autonomia dei camaldolesi, mal vista dall’episcopato locale, nel corso del Duecento portò a pesanti scontri.
Nella seconda metà del XIV secolo cominciò una forte recessione economica per l’abbazia e per tutta la Valcerfone, coincidente con la crisi politica di Arezzo che si concluse con la definitiva sottomissione a Firenze del 1384. La lenta decadenza del complesso religioso si protrasse per tutto il Quattrocento.
Con la riforma dell’ordine camaldolese, che riunì i vari cenobi in congregazioni, autorizzata nel 1513 da papa Leone X, Badia San Veriano fu unita a quella fiorentina di Santa Maria degli Angeli. L’unione si concretizzò dieci anni dopo, nel 1523, con la morte dell’ultimo abate Nicola.
Nella visita apostolica del 1583, promossa da papa Gregorio XIII, fu ordinato che la cripta della chiesa venisse adattata a usi profani. Da allora e fino agli anni Cinquanta del secolo scorso fu usata come cantina, deposito di carbone ed essiccatoio per le castagne. Nel Seicento si dispose più volte di sistemare l’interno e gli altari ormai fatiscenti, ma è solo nel 1723 che l’abbazia, citata da quel periodo anche come San Reveriano, risultava restaurata secondo i canoni imperanti.
Nel 1790 partirono nuovi lavori che durarono fino al 1804, sollecitati dall’abate di Santa Maria degli Angeli Rainero Bianchi, come ricorda una lapide nella parete destra della chiesa. Il rimaneggiamento provocò la riduzione dell’edificio sacro, munito di una nuova facciata. Nel 1808 Badia San Veriano fu scollegata dal monastero fiorentino e funse da chiesa parrocchiale per le famiglie della zona fino alla soppressione dell’ente ecclesiastico nel secondo Novecento.
Dagli anni Cinquanta partì l’attività di consolidamento e recupero. Se dell’abbazia dell’XI secolo era rimasto poco, elementi importanti della chiesa coeva erano invece miracolosamente sopravvissuti, comprese le tracce della parte smantellata alla fine del XVIII secolo e la base dell’antico campanile circolare crollato, di chiara derivazione bizantino-ravennate.
Esternamente le tre absidi semicircolari sono oggi le protagoniste assolute delle foto ricordo. All’interno la chiesa si presenta a navata unica, con copertura a capriate. Da segnalare, nella parete sinistra, il quadro di “San Veriano” realizzato nel 2017 dal pittore aretino Roberto Meschini e una urna cineraria etrusca ritrovata nel 1972 durante i lavori di recupero degli ambienti attigui.
Nell’abside di destra merita di essere segnalata la “Madonna con il Bambino” di autore ignoto, rubata a marzo del 1979. Nell’agosto dello stesso anno il ladro pentito abbandonò la statua in un fosso e fu recuperata. Sotto al presbiterio si trova la misteriosa cripta con le sue tre navatelle, dove spiccano le volte a crociera e le due colonne centrali sormontate da capitelli imbutiformi, anche questi dell’XI secolo con motivi di influsso ravennate.
Da anni alcune parrocchie aretine hanno “adottato” Badia San Veriano per ritiri spirituali e attività rivolte ai giovani, compresi i campi scout. Durante la bella stagione gli appassionati di Medioevo e passeggiate all’aria aperta tornano con piacere a visitare questo luogo ameno, dove quasi mille anni fa alcuni monaci si insediarono con garbo nella natura incontaminata, regalando alle generazioni future una gemma di impareggiabile bellezza, che merita solo di essere preservata e valorizzata.








