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La chiusa dei monaci

Alla porte di Arezzo, lungo il canale maestro della Chiana, c’è un luogo in cui da secoli la mano dell’uomo stringe quella della natura. Qui troviamo una mirabile opera di ingegneria idraulica

Punto di partenza dell’itinerario ciclo-pedonale inaugurato nel 2008 con il nome di Sentiero della Bonifica “Vittorio Fossombroni”, che da Arezzo raggiunge Chiusi e affianca per 62 chilometri il canale maestro della Chiana, la Chiusa dei Monaci è una mirabile opera di ingegneria idraulica dalla lunga storia, che affonda le radici nel periodo medievale.

La prima chiusa era già citata nei documenti del 1115 ma si trovava leggermente più a valle di quella attuale. Fu voluta dai monaci benedettini dell’abbazia delle sante Flora e Lucilla di Torrita di Olmo, che la utilizzarono sia come “pescaia”, sia per alimentare attraverso un canale artificiale le gualchiere per la lavorazione della lana e un mulino per i cereali.

Inutile dire che in un’epoca nella quale la Val di Chiana soffriva di progressivo impaludamento, la chiusa fu utile anche a regolare il deflusso delle acque. Per lo stesso motivo il Comune di Arezzo tra il 1339 e il 1348 promosse l’abbassamento dell’alveo di quello che era definito “fossatum novum”, primo atto del futuro “canale maestro”. Di pari passo la vecchia infrastruttura venne demolita e ricostruita più grande.

L’escavazione del letto della Chiana nei dintorni della Chiusa dei Monaci proseguì sotto l’egida di Firenze anche dopo la sottomissione di Arezzo del 1384. Le piene che ciclicamente travolgevano il manufatto portarono nel 1532 a un nuovo smantellamento e conseguente riedificazione negli anni a seguire. Le alluvioni causarono però ingenti guasti anche nella seconda metà del Cinquecento. Fu così che alla fine del secolo gli aretini ipotizzarono un ulteriore ampliamento del canale, ma i fiorentini si opposero, temendo che una maggiore gettata nell’Arno avrebbe comportato un rischio più elevato di inondazioni nella loro città.

Anche nel 1603 una fiumana provocò vari danneggiamenti alla chiusa e per questo motivo i monaci ottennero l’autorizzazione a trasferirla poco più a monte, dove la roccia permetteva delle fondamenta più solide. Nel 1607 ci fu tuttavia un nuovo crollo e il consequenziale rifacimento.

Sempre nel corso del Seicento il matematico Enea Gaci suggerì la demolizione totale dell’opera, ma Evangelista Torricelli, dal 1641 matematico ufficiale del Granducato di Toscana, si oppose al progetto.

A metà Settecento l’ingegnere Leonardo Ximenes fu invitato a sviluppare un piano per abbassarla, ma per non compromettere la navigabilità del canale non se ne fece nulla.

Nel 1769 furono avviati i lavori di restauro alla chiusa, ormai fatiscente. Nel 1787 essa fu ceduta dai benedettini, dopo quasi otto secoli, all’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano che già gestiva grandi proprietà agricole nella vallata per conto del governo lorenese. In quegli anni pure Vittorio Fossombroni, dal 1794 soprintendente al dipartimento delle acque della Val di Chiana, consigliava la riduzione del suo livello.

Nuovi rifacimenti interessarono l’opera nel XIX secolo. Dal 1829 al 1839 l’ingegnere Alessandro Manetti progettò un considerevole abbassamento e la realizzazione di uno scaricatore a fianco. La possente infrastruttura in pietra e laterizio del Manetti è quella che ammiriamo in buona parte ancora oggi, nonostante i bombardamenti bellici del 1943 che distrussero il regolatore di destra, poi sostituito con un canale derivatore.

L’ultimo intervento in ordine di tempo è quello terminato nel luglio 2019, quando fu inaugurata la bretella di collegamento fra la ciclopista dell’Arno e il sentiero della bonifica. Tornò di nuovo fruibile anche lo storico manufatto dopo anni di chiusura. Da allora sono sempre più gli aretini e i turisti che nel tempo libero eleggono la Chiusa dei Monaci e i suoi dintorni a posto prediletto per passeggiare e trascorrere ore di relax, ammirando un luogo dove l’uomo e la natura hanno dimostrato nei secoli di saper dialogare nella maniera migliore.

 

 

Marco Botti
Marco Botti
Marco Botti
Aretino di nascita e per vocazione.
Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi.
Arte, musica, storia della mia città sono il pane quotidiano.
Credo nella natura divina dei Beatles.