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Borgo Santa Croce

Una suggestiva visita nella zona a est della città, da sempre miniera di importanti ritrovamenti archeologici. Porta Crucifera e Porta Colcitrone, la stipe di Fonte Veneziana, la chiesa di Santa Maria della Porta: un viaggio a ritroso nel tempo per conoscere meglio un quartiere dove,  fino a pochi decenni fa, pullulavano botteghe e attività artigianali.

– In collaborazione con Arezzo Intour –

Geolocalizzazione

Santa Croce è quel sobborgo, a est della città, che si è sviluppato tra X e XIII secolo nello spazio compreso tra l’allora contrada di Colcitrone e l’edificio di culto da cui prende il nome e che ancora oggi è l’elemento che lo caratterizza. Rispetto alle diverse cinte murarie della storia di Arezzo, rimase forse sempre fuori. Di sicuro la borgata era esterna rispetto a quelle medievali e all’ultima, quella cinquecentesca. Anzi, Borgo Santa Croce inizia proprio uscendo da piazza Porta Crucifera, dove si trovava l’omonima porta cittadina.

Siamo in un’area quasi allineata con un importante decumano etrusco-romano, che nel tempo ha dato importanti ritrovamenti archeologici. In particolare sono da segnalare ingenti quantità di scarti di fornaci, che dimostrano la presenza di vasai. Non ci dimentichiamo, inoltre, che a breve distanza, nell’Ottocento, fu rinvenuto un grande deposito votivo del VI secolo a.C.

La stipe di Fonte Veneziana, un clamoroso ritrovamento

 In epoca etrusca Arezzo era circondata da una serie di santuari extraurbani. Uno di questi si trovava nei pressi dell’attuale via Fonte Veneziana, subito fuori da Borgo Santa Croce, che prende il nome da una fonte pubblica già documentata nel XIII secolo. Tra il 1869 e il 1873, l’antiquario Francesco Leoni riportò alla luce un deposito di ex voto tra i più ricchi mai ritrovati nell’Etruria settentrionale, formato da circa 180 oggetti, soprattutto bronzetti. Dopo il rinvenimento gran parte della raccolta venne smembrata. Alcune sculture, ad esempio, oggi si trovano al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, altre sono rintracciabili al Metropolitan Museum di New York. Un piccolo nucleo, per fortuna, è ancora visibile nel Museo Archeologico Nazionale di Arezzo.

Quello di Fonte Veneziana era forse un sito per il culto delle acque salutari. In questi luoghi venivano portati doni in segno di riconoscenza per una grazia ricevuta, per assumere un impegno o come buon augurio riguardo qualcosa che doveva ancora accadere.

Gli studi hanno permesso di datare i bronzetti della stipe votiva tra il 540 e il 500 a.C. L’omogeneità dei reperti e la tradizione locale nella lavorazione dei metalli fanno pensare a una produzione aretina, aggiornata alla corrente arcaica ionica. Ciò è riscontrabile nella presenza – tra le varie statuette con figure umane e di animali – di kouroi, ovvero giovani adolescenti nudi, e korai, cioè ragazze che, superata la fanciullezza, si apprestavano a divenire donne.

La chiesa di Santa Croce, una preziosa superstite

 Secondo la tradizione, dove oggi si erge l’edificio sacro in precedenza si trovava un tempio del III/II secolo a.C. dedicato a Venere. In base a questa ipotesi fantasiosa lo stesso nome Colcitrone deriverebbe da Col Citereo (“citerea” è uno degli appellativi della dea della bellezza) e non da “culcitra”, in riferimento ai fabbricanti di materassi e cuscini che si dovevano trovare nell’area.

Nel 1081, in questa zona, è attestato un importante monastero per le monache benedettine, che vi rimase fino al 1547, prima di essere trasferito lungo la via Sacra, l’odierna via Garibaldi.

La chiesa è una realizzazione del XII secolo, sottoposta a vari rimaneggiamenti, l’ultimo dei quali avvenne in seguito al bombardamento del 2 gennaio 1944, che la rase quasi al suolo. Per fortuna si salvò la preziosa abside, una felice fusione di diversi stili romanici, da quello locale a quello ravennate, fino agli influssi lombardi. La forma esterna è pentagonale in pietre squadrate con coronamento di archetti pensili semicircolari, sormontati da una decorazione in cotto zigzagante.

La semidistruzione durante gli eventi bellici portò alla luce il piano di calpestio e la pianta originari. Nei restauri è stato così possibile studiare la porzione di facciata interrata e ricostruire la nuova in maniera verosimile a quella del XII secolo. Sempre durante i lavori furono ritrovate le tracce di due cappelle laterali. Il campanile a torre di epoca successiva, rovinato dalle bombe, fu riedificato a vela.

L’interno ha nell’altare la parte più interessante. Il basamento è difatti altomedievale e proviene dalla chiesa di Sant’Angelo di Capo di Monte, situata nella parte estrema della collina di Agazzi. Raffigura l’antica e la nuova “alleanza” tra Dio e gli uomini. Sulla parete di sinistra si notano, invece, i resti di una colonnina romanica facente parte di un antico campanile a vela.

Porta Colcitrone e Porta Crucifera, due facce della stessa medaglia

 Fino alla fine dell’Ottocento da Borgo Santa Croce si accedeva alla città murata attraverso la scomparsa Porta Crucifera o Porta Colcitrone. Generalmente si fa riferire il termine “crucifera” alla chiesa di Santa Croce, anche se di recente lo storico Marco Giustini collocherebbe la prima Porta Crucifera altrove, sconfessando così il collegamento. Partendo dai documenti, egli considera due contrade differenti quelle di Porta Colcitrone e di Porta Crucifera, almeno fino ai primi decenni del Trecento, situando la seconda nell’area tra le attuali logge vasariane e il muro di contenimento del Prato a nord-est. Era in questa zona, quindi, che doveva trovarsi una porta con quel nome in epoca altomedievale. Con la realizzazione della cittadella voluta dai fiorentini tra il 1337 e il 1343 nella stessa area, la contrada di fatto scomparve e sarebbe andata a fondersi con quella di Colcitrone, causando quell’interscambiabilità delle due denominazioni ancora attuale. La porta da cui si usciva per andare a Santa Croce faceva parte delle tredici entrate della cinta costruita tra il 1194 e il 1200, così come era presente nella grande cerchia trecentesca, quando gli ingressi erano dieci.

“Porta Colcitrona”, come la troviamo nominata in una guida del 1819, rimase come unico accesso a est della città con l’innalzamento delle mura cinquecentesce. Il progetto mediceo prevedeva infatti un restringimento del perimetro e la riduzione a soli quattro ingressi. Come si può vedere dalle poche immagini a noi pervenute, era una porta dalle linee semplici e aggraziate, risistemata nel Seicento. Nel 1887 si cominciò a pensare di demolirla, visto che era considerata angusta. I lavori di abbattimento di Porta Crucifera terminarono nel 1890. Una delle tante scelte urbanistiche infelici che il centro storico di Arezzo ha subito negli ultimi 150 anni, in nome di una presunta modernità.

Santa Maria della Porta e la sua storia travagliata

 Subito fuori Porta Crucifera, intorno alla metà del Trecento, fu eretta la chiesa di Santa Maria della Porta, che conserva al suo interno un affresco raffigurante la Madonna in trono con il Bambino. L’opera della seconda metà del XIV secolo, di ambito spinelliano, fu pesantemente ridipinta nell’Ottocento.
Nel 1684 fu sede della Compagnia della Madonna della Porta e nel Settecento, con la realizzazione del cimitero, era la chiesa dove i defunti venivano accolti prima di essere sepolti. Con la soppressione della Compagnia nel 1785 divenne cappella privata. Nel 1793 passò ai canonici della Pieve, finché agli inizi del secolo scorso venne sconsacrata.
Nella seconda metà del Novecento fu utilizzata da privati come magazzino di materiale tessile. Nel 1996 tornò in mano alla Curia che nel 2005 la affidò alla parrocchia di Santa Croce. Il suo restauro è terminato nel 2010.

C’era una volta un borgo

 Un tempo quartiere popoloso, pullulante di botteghe e attività artigianali, oggi Borgo Santa Croce è solo l’ombra di quello che gli anziani ricordano.
Nelle Zibaldone 2 (Edizioni Cartaria Aretina) curato da Giorgio Feri nel 2017, Aldo Brunetti ricordava invece un sobborgo vivo, con tanti personaggi che scandivano la zona.
Vicino alla chiesa c’era Alighiero il marmista e Mengrello con il suo negozio di generi alimentari, una sorta di supermercato ante litteram per Arezzo. Non lontana da loro la fruttivendola Rondine, con le sue ceste di frutta allineate all’esterno e poco più avanti un’altra rivendita di frutta e verdura gestita dalla Menchina. A seguire il bar di Ciuffino, punto di ritrovo per giocatori di carte e amanti del biliardo, che aveva di fronte la merceria della Gesuina. Subito dopo il negozio di fiori del Peloni, poi rilevato da Santino, e quindi il barbiere Eros, il “Figaro” di Santa Croce.
Prima della piazza c’era ancora spazio per la merceria della Sinatti, il negozio di frutta e verdura del Moro, l’alimentari e tabacchi del Garinei e la macelleria di Beppe, con le immancabili bestie attaccate ai ganci. Era un’Arezzo popolare, sicuramente più povera e semplice, ma dove tutti si conoscevano ed erano pronti, in caso di bisogno, a tendersi la mano.

Marco Botti
Marco Botti
Marco Botti
Aretino di nascita e per vocazione.
Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi.
Arte, musica, storia della mia città sono il pane quotidiano.
Credo nella natura divina dei Beatles.