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Il Piero perduto

Le opere che avevamo e che non ci sono più, esposte all’estero o finite nelle case dei collezionisti.
Ecco alcuni dei capolavori che impreziosiscono le gallerie d’arte di tutto il mondo

La fortuna critica di Piero della Francesca è qualcosa di relativamente recente. Dalle lodi cinquecentesche di Giorgio Vasari nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, bisogna infatti attendere la seconda metà del XIX secolo per una complessiva riscoperta. Nello stesso periodo l’artista diventa appetibile anche per i collezionisti, in particolar modo per quelli stranieri, che si dimostrarono più perspicaci.

È tuttavia con le pubblicazioni di Bernard Berenson del 1897 e soprattutto di Roberto Longhi del 1913 e del 1927, il quale definisce lo stile pierfrancescano “sintesi prospettiva di forma-colore”, che l’importanza e l’unicità del maestro biturgense è pienamente rimessa in luce.

Per questi e altri motivi, alcuni capolavori creati nel territorio aretino non sono più nel loro luogo originario ma smembrati o finiti altrove. Volete qualche esempio?

Il Battesimo di Cristo della Badia di Sansepolcro, attualmente alla National Gallery di Londra, i vari santi che componevano lo smembrato Polittico di Sant’Agostino, nato per l’omonima chiesa della città natale e oggi in parte disperso e in parte disseminato tra il Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona, la National Gallery of Art di Washington, il Museo Poldi Pezzoli di Milano, la Frick Collection di New York e la National Gallery di Londra, senza dimenticare l’affresco con Ercole ritrovato nella casa di famiglia di Piero, sempre a Sansepolcro, adesso alla Isabella Stewart Gardner Museum di Boston.

Altro argomento sono le opere di cui parla Vasari, che sono completamente scomparse da Arezzo. La più nota, perché ben documentata, è lo Stendardo processionale della compagnia della Santissima Annunziata di Arezzo, commissionato alla fine del 1466 e consegnato due anni dopo. L’artista e biografo aretino parla anche di affreschi nel porticato del santuario Santa Maria delle Grazie, dove accanto alle Storie di San Donato, eseguite dal collaboratore Lorentino d’Andrea, Piero avrebbe eseguito un San Donato in trono con putti.

Nella chiesa del convento olivetano di San Bernardo avrebbe invece realizzato un San Vincenzo in una nicchia “che è molto dagl’artefici stimato”, mentre nel convento francescano di Sargiano, per i frati zoccolanti, egli fece una cappella con il Cristo orante nell’orto di notte che lo stesso Vasari definì bellissimo.

Se consideriamo attendibili le attribuzioni vasariane, è inutile dire che oggi ci mangiamo le mani per queste perdite.

Capitolo a parte sono il Sant’Antonio Abate della pieve di San Polo o la Madonna in trono col Bambino di Santa Firmina, assegnati a Lorentino d’Andrea, per i quali periodicamente si torna a parlare di una possibile mano di Piero o comunque l’utilizzo di cartoni del maestro.

Se il nome del genio rinascimentale, come abbiamo scritto, è tornato a interessare la critica tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, vanno ricordati anche i viaggiatori che passando da Arezzo non potevano fare a meno di visitare i suoi affreschi, pur trovandoli deteriorati.

Ecco cosa scriveva lo scrittore Edward Hutton nel 1904 parlando della basilica di San Francesco, dopo aver elencato le opere di Spinello Aretino e Lorentino d’Andrea: “ma quello che veniamo a vedere a San Francesco non sono i lavori di pittori come quelli elencati, ma gli affreschi belli e vigorosi di Piero della Francesca dipinti nel coro. Si tratta di opere che non hanno pari in Toscana, né probabilmente altrove”.

Ancor più entusiasta fu il poeta André Suarèz nel 1928, che annotò: “pur se rovinati dal tempo, gli affreschi di Piero della Francesca ci mettono di fronte a uno dei tre o quattro maggiori artisti d’Italia, e che resta all’altezza del proprio rango fra le più alte espressioni artistiche d’Europa. Firenze offre al passante numerose meraviglie nei suoi musei, nelle sue chiese e nelle sue piazze. Ma nessuna delle pitture di Firenze ha la qualità di questa Leggenda della Croce”.

Marco Botti
Marco Botti
Marco Botti
Aretino di nascita e per vocazione.
Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi.
Arte, musica, storia della mia città sono il pane quotidiano.
Credo nella natura divina dei Beatles.