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UP Intervista

 Il mio lavoro è fare notizia

Luca Lani, 45 anni, aretino, dopo il diploma si trasferì a Siena per studiare giurisprudenza. Sognava di fare il magistrato e invece è tornato nelle vesti di imprenditore di successo. Amministratore delegato di Citynews, è alla guida di uno dei gruppi editoriali più importanti d’Italia nell’informazione online, che a fine ottobre ha acquisito una testata storica come Arezzo Notizie. In questa intervista ha raccontato difficoltà, intuizioni e obiettivi di una carriera in costante ascesa

 

Dopo il diploma lasciò Arezzo per andare a studiare a Siena, facoltà di giurisprudenza. Voleva fare carriera in magistratura, l’attentato a Giovanni Falcone aveva scosso la coscienza di tanti italiani e lui era tra quelli. Poi la vita lo ha portato su strade diverse e lo ha ricondotto da pochi mesi, in pianta stabile, nella sua città d’origine. Luca Lani, 45 anni, non indossa la toga ma l’abito dell’imprenditore: è amministratore delegato del gruppo editoriale Citynews, uno dei più importanti d’Italia nel settore dell’informazione online, che a ottobre ha acquisito una testata storica del web locale, Arezzo Notizie. Un’operazione arrivata al momento giusto, nel posto giusto.

Che sensazione dà respirare di nuovo l’aria di casa?
Venivo spesso anche prima, solo che Arezzo l’avevo sempre evitata dal punto di vista professionale, non volevo rotture di scatole con il lavoro. E’ stato il mio socio, Fernando Diana, a sondare il terreno. Poi mi sono convinto anch’io. Quello di Arezzo Notizie è un progetto che si può sviluppare bene e io avevo voglia di tornare.

Nostalgia, desiderio di tranquillità o semplice coincidenza?
Un mix di cose. E comunque ho trovato una città migliorata. A 20 anni soffrivo il fatto di vivere in provincia, volevo andare fuori, vedere come gira il mondo. Con il tempo ho cambiato idea, apprezzo il piccolo e gli spostamenti veloci. Poi c’è internet, il mondo ce l’ho a portata di mano lo stesso.

Punti di vista. Per qualcuno Arezzo è peggiorata.
Macché, è cresciuta anche culturalmente. Quando sento parlare di degrado ad Arezzo, mi viene da sorridere. Ho vissuto per anni a Roma, conosco le periferie delle grandi città, lì sì che la situazione è problematica.

Quanto si sente aretino lei?
Abbastanza. Mi considero un aretino a modo mio, ma ne vado orgoglioso. Sono stato contaminato da altre esperienze e altri luoghi, anche se quel nostro tratto ironico e autoironico non andrà mai via.

Citynews, che lei ha fondato, gestisce 47 edizioni locali d’informazione con oltre 250 giornalisti, ed è leader in Italia nella produzione di notizie online. Da dove è cominciata la storia?
Da lontano. Ero un appassionato di computer, malato proprio. Quando arrivò internet, nel 1995, la notte restavo sveglio per studiare i programmi. Montavo server, Studenti.it nacque così e aveva base ad Arezzo, alla Sisted. Arrivai a spendere sei milioni di lire all’anno per navigare. Allora decisi di aprire una società.Quindi è diventato imprenditore per necessità più che per scelta. Più o meno. La società era piccola, poi ci misero in mano 450 milioni con il venture capital. Con i soci di allora c’era un’amicizia nata nelle associazioni studentesche all’università. Finché, nel 2009, non ci accorpammo con Banzai, società di e-commerce che era quotata in Borsa e che poi è stata rilevata da Mondadori.

Un bel colpo quello.
Sì, ma volevamo renderci autonomi. Buttammo tutti i nostri risparmi in Citynews. Nacque Roma Today, con la redazione in una libreria abbandonata, quasi un garage. Solo che era il momento peggiore. Nessuno investiva in start up, la new economy versava in crisi profonda. Dopo un anno eravamo a un passo dalla chiusura.

E invece?
Invece qualche buon risultato, con Studenti.it e Banzai, lo avevamo raggiunto. Due fondi d’investimento si convinsero che eravamo un team affidabile, ci dettero fiducia finanziando la società che nel frattempo aveva bruciato tutti i nostri fondi. In poco tempo creammo 30 testate e ne acquisimmo 7. E fu tutta un’altra storia

Perché impiegare tempo, denaro e idee nell’informazione? E’ sempre stato considerato un settore difficile, poco remunerativo.

Perché per noi era una figata. Il cartaceo aveva paura del web, lo evitava. Facebook e i social non c’erano ancora, quindi avevamo davanti un territorio inesplorato, con la possibilità di stimolare un dibattito forte sui fatti legati alla cronaca del territorio. La geolocalizzazione delle news ci fece fare il salto di qualità.

C’è un punto di svolta nella sua vita, un momento in cui gli eventi hanno preso la direzione che l’ha portata fino a qui?
Un pomeriggio all’inizio del 2000. Abitavo a Carrara, dovevo decidere se dare la tesi di laurea e poi fare il magistrato oppure fondare la società e assecondare la mia passione per internet. Mi affacciai alla finestra, guardai il mare a lungo, immaginando un ufficio grande, colorato, con tante persone al lavoro. Pensai che avrebbe funzionato e scelsi la seconda opzione. Ho buttato via anni di studio ma è andata bene. Qualche anno dopo poi mi è successa una cosa.

Cosa?
Che la redazione di Studenti.it era incredibilmente simile a come me l’ero immaginata quel giorno: grande, colorata e con tante persone. Si dice che la fortuna aiuta gli audaci e talvolta è vero.

Imprenditore, giornalista, manager: quale definizione la rappresenta di più?
Imprenditore senza dubbio. Quando decisi di dimettermi e investire tutti i miei risparmi in Citynews, mia moglie ancora non lavorava, avevamo un mutuo e la terza figlia in arrivo. Oggi però non sarei più in grado di fare il dipendente: sono abituato a infilare le mani negli ingranaggi e non saprei rinunciarvi, nonostante talvolta ci rimetta la salute.

Perché?
Perché l’Italia non è amica delle imprese. Qua o muori o impari. Inoltre fare impresa è un mestiere che ti occupa ventiquattr’ore al giorno ma i problemi non puoi portarli dentro casa. Devi essere in grado di lasciarli fuori, altrimenti è la fine.

Cosa rappresenta per lei Citynews?
Una passione, un atto irrazionale. Una startup di questo tipo avrebbe trovato terreno più fertile da altre parti, a Londra per esempio. Ma io volevo che nascesse e si sviluppasse in Italia. Ricordo che rimasi a Roma un’estate intera per studiare il progetto in ogni dettaglio. E tornando a quello che dicevamo prima, essere cresciuto in provincia mi dette una mano: parsimonia e “braccino corto” nelle fasi iniziali aiutano molto. Società simili alla nostra sono saltate per aria perché non hanno avuto la stessa oculatezza.

Citynews ha testate in tutta la penisola e copre territori variegati sotto l’aspetto politico, economico, sociale. Come si amministra un gruppo così?
Noi siamo tra i pochi editori puri in Italia. Non dobbiamo gestire squadre di calcio o fare i palazzinari, non viviamo di contributi pubblici ma soltanto di pubblicità. Quindi rispondiamo a noi stessi, ai nostri lettori e agli inserzionisti. E basta. In questo senso, portare avanti l’attività è molto semplice.

Giornalisticamente parlando, come va raccontata Arezzo da un giornale online?
Tenendo presenti alcune regole che riguardano l’informazione sul web. L’utente di internet è compulsivo, cerca quantità e aggiornamento costante. E deve trovarli.

Anche a discapito della qualità?
Alt, qua si crea sempre un grosso equivoco. Quantità e qualità non sono antitetiche, sono semplicemente due cose diverse. Aggiornamenti rapidi, veloci e approfondimento lento sono due esigenze differenti del mercato editoriale, entrambe dignitose e da soddisfare.

Di recente anche Milena Gabbanelli, giornalista di grido, ha puntato il dito contro l’informazione online, sostenendo una tesi estrema: i siti che non hanno alle spalle un giornale di carta, non riusciranno mai a stare in piedi con la pubblicità. Quindi, per sopravvivere, sono obbligati a produrre articoli su commissione e a rincorrere gli algoritmi con titoli fuorvianti.Tutto ciò a discapito della qualità. Che ne pensa?
Che è una polemica mal posta, una generalizzazione sbagliata. Ci sono molte testate cartacee piene di fake news, che lì durano anche più a lungo. Sul web si propagano e spariscono in poche ore. E’ come se mi chiedessero se è meglio una ottima carbonara di trattoria o un piatto di Cracco: sono robe diverse, non si possono paragonare.

Ma lei consiglierebbe a un 18enne di fare il giornalista?
Bella domanda. E’ diventato un mestiere difficile, forse ha perso un po’ della nobiltà e del fascino che aveva una volta. Però secondo me è ancora una figura importante, specialmente in ambito locale. Le piccole comunità hanno bisogno di persone di riferimento e quindi sì, lo consiglierei. Ma solo a chi ha passione per davvero.

Che rapporto ha con la politica?
Da ragazzo bruciavo di passione civile, sentivo il bisogno di fare qualcosa per combattere criminalità e corruzione. Pensavo che la politica fosse uno strumento utile, poi mi sono disilluso. In realtà il potere impedisce un vero cambiamento e io a 40 anni sono diventato un uomo diverso.

Da editore la pensa alla stessa maniera?
Sì, a noi interessa ciò che interessa ai lettori. La politica non è ai primi posti, quindi ne stiamo alla larga. Ma la passione civile rimane: il nostro obiettivo è fare discutere le persone e fare circolare le idee.

Enrico Mentana ha lanciato e fondato Open, quotidiano online gestito da una redazione di giovani giornalisti. Le è piaciuta l’iniziativa?
Quando aprono nuove testate sul web, bisogna esserne felici. Anche se avrei preferito che, prima d’imbarcarsi in quest’avventura, Mentana lasciasse La7. Così sembra che giochi su due tavoli.

Di qui a dieci anni, come e dove si immagina?
Dopo due partenze da zero, vorrei evitarne una terza. Citynews è tra le 350 aziende italiane con il più alto tasso di crescita, dà lavoro a quasi trecento persone e ha 47 edizioni metropolitane, però siamo a metà del cammino. Mi piacerebbe arrivare a coprire tutto il territorio italiano.

E se guardasse oggi fuori dalla finestra, cosa immaginerebbe?
La quotazione in Borsa. Un’esperienza all’estero ma con la base qui ad Arezzo. E magari un bell’orto in collina!

Andrea Avato
Andrea Avato
Andrea Avato
Amo lo sport, i film d'azione e i fumetti di Dylan Dog.
Adoro viaggiare, ma dovrei farlo più spesso.
Sognavo di fare il calciatore, sono diventato giornalista e poteva andarmi peggio...
Vivrei tutta la vita al mare