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Il monumento a Ferdinando III di Lorena

Storia e retroscena della statua situata sulla sommità di Piaggia del Murello, dedicata al Granduca che bonificò la Val di Chiana

Un aretino o un forestiero che il 31 ottobre 1822 fosse transitato per Piazza Grande, avrebbe notato degli operai intenti a collocare una grande statua in marmo di Carrara dedicata al granduca di Toscana Ferdinando III di Lorena.
L’inaugurazione del monumento avvenne il 10 novembre successivo e in quella ubicazione rimase 110 anni. Nel 1932, in pieno ventennio fascista e nell’ambito della neo-medievalizzazione della piazza, fu deciso di trasferire l’opera sulla sommità di Piaggia di Murello, dove ancora oggi l’ammiriamo.
La scultura è una mirabile impresa dell’artista neoclassico fiorentino Stefano Ricci, passato agli annali per aver realizzato il cenotafio di Dante Alighieri nella basilica di Santa Croce a Firenze e il monumento funebre al vescovo Niccolò Marcacci nella cappella della Madonna del Conforto ad Arezzo.
Ferdinando III di Lorena (1769-1824) era il secondogenito del granduca di Toscana Pietro Leopoldo e, dopo aver preso il posto del padre divenuto imperatore del Sacro Romano Impero nel 1790, fu costretto a rifugiarsi a Vienna durante l’occupazione francese del marzo 1799, per tornare momentaneamente sul trono qualche mese dopo con i moti del “Viva Maria” e riprendere in definitiva il suo posto nel 1814, a seguito della caduta di Napoleone.
Un suo grande merito fu il decisivo passo verso il completamento della bonifica della Val di Chiana, che sotto l’egida di Vittorio Fossombroni riconsegnò agli aretini le terre fertili del passato.
L’opera, simbolo della restaurazione lorenese assieme a Porta Ferdinanda inaugurata nel 1816 (è l’odierna Porta Trento Trieste), viene considerata il più alto esempio di scultura neoclassica in città. Il granduca è rappresentato all’antica, coronato di foglie di quercia, simbolo di virtù, forza, longevità, perseveranza e lealtà. Egli recava in mano un lungo scettro a forma di lancia, emblema del potere, mentre ai suoi piedi si vede un leone ammansito.
Nel lato del basamento che guarda verso Porta San Lorentino osserviamo un bassorilievo disegnato da Angiolo Battista Ricci e realizzato da Ranieri Bartolini che raffigura, tramite un’allegoria, l’unione tra la Chiana e l’Arno. Nella base che guarda verso via Ricasoli, invece, una iscrizione risorgimentale successiva ricorda la partenza da Firenze dell’ultimo sovrano lorenese, Leopoldo II, il 27 aprile 1859.
Fino a qualche anno fa la statua versava in un preoccupante stato di degrado dovuto ai gas di scarico delle auto, che l’avevano annerita, e ai licheni depositati sulla superficie. Erano sorti anche problemi strutturali, in quanto il monumento poggiava a terra diversamente rispetto alla sua posizione originaria di Piazza Grande e questo aveva provocato il lento cedimento del sostegno, che si stava aprendo da un lato.
Un esemplare intervento eseguito nell’ambito del master “Equal – Corso di Formazione Europea per il Restauro”, promosso dal Comune di Arezzo e svoltosi tra il 2002 e il 2005, garantì il recupero dell’opera. Il programma era rivolto alla formazione della figura professionale di addetti al restauro delle superfici architettoniche decorate. Alla ristrutturazione di Ferdinando III, progetto conclusivo dei corsi, lavorarono sei giovani restauratrici sotto la direzione dello Studio TRe.
Nel febbraio 2008 l’opera fu oggetto di un atto vandalico che portò all’amputazione della mano sinistra del granduca. Il ripristino della parte spezzata venne ultimato nel febbraio 2010 ma agli inizi di marzo 2011 lo stesso arto fu nuovamente colpito da ignoti. Venne recuperato, ma nel gennaio 2017 la mano si ruppe di nuovo all’altezza del polso, forse a causa del ghiaccio e delle forti escursioni termiche.
A giugno 2019 è partito l’ennesimo risanamento, promosso dal Comune di Arezzo. Questa volta i restauratori hanno utilizzato un “arpese”, ovvero un elemento metallico uncinato a scomparsa, che in futuro terrà saldamente unite le parti lapidee evitando che il peso dello scettro provochi nuove cadute. Ci auguriamo tutti, in primis “l’ex sovrano monco”, che sia la volta buona.

Marco Botti
Marco Botti
Marco Botti
Aretino di nascita e per vocazione.
Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi.
Arte, musica, storia della mia città sono il pane quotidiano.
Credo nella natura divina dei Beatles.