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UP Intervista

Sgarbi e abbracci

Irascibile, polemico, protagonista di infuocate risse televisive, ha la straordinaria capacità di ammaliare le persone con le sue lezioni di bellezza. Il critico d’arte più noto d’Italia ama Piero della Francesca per la sua “sofisticatezza intellettuale”, adora Arezzo perché è una miscela di culture, detesta i politici senza sensibilità. In questa intervista ci ha parlato di Dio, scuola, prospettive e rimpianti. E lo ha fatto a modo suo

Secondo Vittorio Sgarbi, chi non ha mai visto la Leggenda della vera Croce è un italiano a metà. Chi non conosce Piero della Francesca, non può comandare il Paese. Chi non ha visitato Arezzo, è colpevole di un reato che nel codice penale non esiste ma che è odioso come pochi: sbadataggine culturale. Il critico d’arte più noto, irascibile, polemico di tutti, quello delle risse in televisione, ma con l’eccezionale, rarissima capacità di ammaliare la platea che ascolta le sue lezioni di bellezza, è innamorato del genio della prospettiva da sempre. Non l’ha mai nascosto, l’ha sempre detto, quasi ostentato, perché divulgare è una missione.

Qualche anno fa, quando era assessore al comune di Urbino, lanciò l’idea del percorso pierfrancescano: dalle Marche alla Toscana, passando per Sansepolcro e Arezzo, lungo una strada tracciata dalle opere dell’artista.

Non solo. Nel 2014 Sgarbi sentenziò: “Gli affreschi di Piero della Francesca ad Arezzo sono l’architrave dell’arte universale assieme ai dipinti di Giotto nella Cappella Scrovegni a Padova e di Michelangelo nella Cappella Sistina a Roma”.

Professore, è sempre della stessa idea?

Ovvio. Piero della Francesca è il punto di riferimento per tutta l’arte italiana e non solo. Dovrebbe essere d’ispirazione anche per la politica.

Com’era quella storia di Agnelli, Berlusconi e Piero?

Era il 1992, in parlamento si votava per eleggere il presidente della Repubblica. Al Quirinale poi salì Scalfaro. Agnelli era senatore, parlando con lui scoprii che non conosceva la Leggenda della Vera Croce e lo rimproverai. Non ha fatto in tempo a venire ad Arezzo però.

E Berlusconi?

Neanche lui è mai stato a San Francesco. E’ inimmaginabile guidare l’Italia senza conoscere un artista di questa levatura, è un segnale inquietante. Come abitare alle Maldive e pensare di essere in montagna.

Perché per la politica è così difficile fare cultura?

Non è difficile, è semplicemente una dimenticanza scellerata. L’Italia è conosciuta grazie alla sua creatività, eppure questa cosa è percepita dagli amministratori in modo imperfetto, limitato. Le città crescono, anzi crescerebbero con la cultura. Invece stanno abdicando come Roma, come Milano.

La gente è correa di quello che succede?

Un po’ sì. Gli italiani hanno una fortuna immensa, vivono circondati dalla bellezza: ad Arezzo aprite la porta della basilica di San Francesco e vi rendete conto che siete dei privilegiati. In America non lo possono fare, hanno delle costruzioni orribili. Voi potete ammirare Piero tutti i giorni.

Il problema qual è?

Manca sensibilità, manca conoscenza, manca consapevolezza del bello. La Maddalena in Duomo è un’opera solitaria, un monumento in sé. Ti fa capire come Piero della Francesca riesce a conquistare lo spazio.

Lei qualche anno fa si domandava perché Arezzo fosse poco nota e visitata. Si è dato una risposta?

Perché l’Italia è uno strano Paese. Arezzo è Piero, è Mecenate, è Guido, è Vasari, è Cimabue. Io dico: andateci. Intorno c’è un territorio meraviglioso, scopritelo con i vostri occhi.

Le va riconosciuto che, da questo punto di vista, sta dando il buon esempio.

Sono venuto molte volte, ci tornerò. La Madonna del Parto di Monterchi la portai  alla Biennale di Venezia nel 2011, ma ancora attende uno spazio che la onori compiutamente. Eppure è un’opera rivoluzionaria in cui convivono eternità e quotidianità. Chi governa le nostre città e deturpa i luoghi dell’arte compie un delitto imperdonabile.

È sempre dell’idea che il San Sebastiano a Sansepolcro vada restaurato?

Sì, è trascurato e sottostimato, abbandonato su una parete. Non è certo che sia di Piero della Francesca ma in ogni caso appartiene a un artista della sua cerchia più stretta. Gliel’ho detto al sindaco, spero mi ascolti.

La Resurrezione è veramente il dipinto più bello del mondo?

Più bello anche della Gioconda: lo scriveva Aldous Huxley. Il capitano dell’aeronautica inglese Tony Clark, uomo colto, lo aveva letto. E nel 1944 non rispettò l’ordine di bombardare Sansepolcro, uno dei pochi casi in cui il mondo ha salvato la bellezza. Fu un segnale del cielo senza l’intervento di Dio. Anzi, Piero si sostituì a Dio in qualche modo.

Qual è il fascino di Piero della Francesca secondo lei?

La sua sofisticatezza intellettuale. E’ uno degli artisti che guardo con maggior soddisfazione. Da sempre.

Spiegare l’arte alle persone è più facile di prima. O più difficile?

E’ più facile, questi sono tempi propizi.

Addirittura?

L’arte non è mai stata popolare, è sempre stata aristocratica. Oggi per fortuna non lo è più.

Quando disse che era favorevole all’abolizione della storia dell’arte dalle materie scolastiche, lanciò una provocazione o lo pensava per davvero?

Lo pensavo e lo penso. Non è la scuola il veicolo giusto per l’arte. Semmai è la tivù, la carta stampata, il libro. Nemmeno la matematica serve a scuola, tutto quello che viene insegnato a scuola suscita repulsione.

Ci sarà qualche eccezione.

C’è, per fortuna. Ma io ho studiato greco e algebra e sono materie che non conosco. Conosco l’arte, che ho studiato dopo.

Si corre il rischio di avere sempre più capre in giro però.

Ma guardi che le capre ci saranno sempre. Essere una capra o meno dipende dai comportamenti oltre che dalle conoscenze.

A proposito di Piero e delle prospettive. Quali sono quelle di Vittorio Sgarbi oggi?

Non ho prospettive, nel senso che la mia visione del mondo è istantanea. Vivo alla giornata, quel che accade accade. E qualcosa accade sempre.

Rimpianti?

Nemmeno uno. I rimpianti hanno durata breve, passano più in fretta di tutto il resto.

Andrea Avato
Andrea Avato
Andrea Avato
Amo lo sport, i film d'azione e i fumetti di Dylan Dog.
Adoro viaggiare, ma dovrei farlo più spesso.
Sognavo di fare il calciatore, sono diventato giornalista e poteva andarmi peggio...
Vivrei tutta la vita al mare