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L’anfiteatro romano

Nel cuore di arezzo si nasconde l’opera più rappresentativa del periodo romano: l’anfiteatro. Con un’arena di poco inferiore a quella del colosseo, un tempo ospitava circa tredicimila persone a sedere che accorrevano per assistere ai ludi gladiatori. adiacente alla struttura, oggi si trova il museo archeologico Gaio Cilnio Mecenate

Geolocalizzazione
A sud del centro storico, con l’entrata principale da via Crispi e secondaria da via Margaritone, ancora oggi si ammirano i resti del grande Anfiteatro di Arezzo. Nonostante sia ormai ridotto a suggestivo rudere, esso rappresenta l’elemento più espressivo del periodo romano e, assieme all’adiacente Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate”, una tappa immancabile per chi visita la città, alla scoperta dei tanti tesori che custodisce.

Un anfiteatro per Arretium
Tra la fine del I secolo e i primi decenni del II secolo d.C. Arezzo era ancora un fiorente municipio, anche se lo sviluppo economico e sociale che l’aveva contraddistinta nel periodo augusteo, grazie al ruolo centrale nella produzione della terracotta sigillata, stava segnando il passo a vantaggio delle fabbriche nelle province galliche e africane.

Eravamo in piena età adrianea e, grazie a ricchezza e sicurezza provenienti dalle conquiste dell’impero e dal consolidamento dei confini, nelle principali città sorgevano grandi infrastrutture ma pure edifici pubblici per il divertimento e il tempo libero.

Gli antichi romani la sapevano lunga e quando ci fu da scegliere la zona dove realizzare l’anfiteatro aretino, essi optarono per un sito a valle del centro, facilmente raggiungibile anche dalle zone suburbane e prossimo a un complesso termale e un ninfeo.                   

Nell’arena si svolgevano i ludi gladiatori
L’anfiteatro di Arezzo si sviluppava su tre piani. Le sue dimensioni complessive erano notevoli, 122 x 92 metri circa, con un’arena di poco inferiore a quella del Colosseo.

Era realizzato con materiali eterogenei come laterizi, pietra arenaria, travertino e calcestruzzo, con quattro ingressi dall’esterno, tre ambulacri concentrici, ovvero i corridoi coperti, e sedici vomitoria, che servivano ad accedere alle gradinate oppure a defluire senza creare problemi di ordine pubblico. Si stima che l’edificio potesse contenere circa tredicimila persone a sedere, capienza che lo poneva tra gli anfiteatri principali dell’Etruria.

Al suo interno si svolgevano spettacoli come i ludi gladiatori, spesso preceduti da rappresentazioni di caccia, numeri circensi con animali ammaestrati e lotte tra uomini e fiere.

Tutto finì con l’affermazione del Cristianesimo, quando queste manifestazioni vennero messe sotto accusa. Fu così che nel 404 d.C. l’imperatore Onorio le abolì definitivamente.

La nascita del monastero olivetano
Conclusa l’epoca di panem et circenses, come avrebbe detto Giovenale, alla pari delle altre arene anche quella aretina cadde in disuso. Già nel periodo barbarico iniziò da una parte lo smantellamento e dall’altra il progressivo interramento, causato dalle esondazioni del Castro.

Nell’Alto Medioevo divenne sepolcreto e poi luogo di prostituzione. Lo stesso Carlo Magno cercò di porre fine a questa seconda vocazione, donando l’area alla Chiesa aretina.

Seguirono altri passaggi di proprietà, finché nei primi anni Trenta del XIV secolo l’ex anfiteatro passò dagli Azzi al senese Bernardo Tolomei, che nel 1319 aveva ricevuto il consenso del vescovo Guido Tarlati a fondare la congregazione benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto, nei pressi di Asciano, allora all’interno della diocesi di Arezzo.

Gli olivetani usufruirono delle costruzioni sul lato meridionale per poggiare il loro monastero. Questo atto permise la conservazione di parte dell’ellisse sino al secondo ordine di gallerie, come si può notare ancora oggi all’interno del Museo Archeologico. Per l’innalzamento del complesso religioso, l’anfiteatro subì tuttavia nuove spoliazioni che proseguirono – pensate un po’ – fino alla prima metà dell’Ottocento.

L’epoca moderna e una nuova valorizzazione
Negli anni Ottanta del XVIII secolo, dopo una permanenza di oltre quattro secoli, il granduca Pietro Leopoldo ordinò il trasferimento dei monaci e così l’immobile che li aveva ospitati cambiò destinazione, divenendo sede dell’Accademia Ecclesiastica.

Con le soppressioni sabaude degli ordini religiosi del 1866, la zona entrò a far parte del demanio statale. Nel biennio 1914-15 la Brigata Aretina degli Amici dei Monumenti promosse alcune indagini del sito. Tra il 1925 e il 1926 partirono più consistenti lavori di scavo, che riportarono alla luce i resti dell’antico edificio per i giochi e liberarono gli ambulacri celati sotto l’ex monastero, dal 1937 nuova sede del museo archeologico cittadino.

Nel 1943 un pesante bombardamento alleato fece danni, ma nel dopoguerra si tornò a recuperare l’area, fino a farla diventare fulcro di un delizioso parco pubblico che da allora ha vissuto alterne fortune: utilizzato per alcuni periodi come luogo privilegiato di varie iniziative, abbandonato a se stesso in altre fasi  più lunghe.

L’estate 2018 potrebbe essere la stagione del riscatto: l’ex arena è stata infatti già utilizzata nel mese di giugno per la Festa della Repubblica, per una manifestazione finalizzata a una raccolta fondi per lo spazio museale e in occasione di “Aperitivo d’Estate”, evento conclusivo di “Toscana Arcobaleno d’Estate”, organizzato da Confcommercio.

Tante novità anche nel museo
Il Museo “Gaio Cilnio Mecenate”, oggi parte del Polo Museale della Toscana e diretto da Maria Gatto, sta compiendo piccoli grandi passi verso un complessivo restyling, che lo renda  dinamico e al passo coi tempi, con uso di fondi ministeriali e il sostegno di privati “mecenati”. Tra gli interventi più significativi sono da ricordare la creazione di un itinerario tematico multimediale dedicato alla scrittura etrusca ad Arezzo, un percorso di visita semplificato per i piccoli visitatori italiani e stranieri, spazi per la mostra di opere a rotazione e collegamenti con le indagini in corso nel territorio, come la sezione dedicata agli scavi del Pionta.

Il progetto “La Chimera ad Arezzo: una realtà … olografica“, promosso da Rotary Club Arezzo e Fondazione Arte&Co.Scienza, propone invece due postazioni integrate e complementari: quella tecnologica e innovativa, con il video olografico della celebre scultura etrusca ritrovata in città nel 1553, e quella storica e antiquaria, con l’esposizione della statua in gesso modellata dallo scultore Primo Aglietti per realizzare le due chimere in bronzo novecentesche, poi collocate sulle fontane dei giardini della stazione.

Nel prossimo futuro sono previste nuove attività culturali e interculturali, un re-branding del museo, con creazione di un logo, di una linea grafica coerente e di segnaletica interna ed esterna, l’apertura dell’antico monetiere e la valorizzazione delle strutture anfiteatrali ancora chiuse al pubblico, con l’obiettivo di riallestire la sezione dedicata alla terra sigillata aretina, la cui produzione fece la fortuna di Arretium.

Il restauro del  monumento a Mecenate
Discorso a parte merita il busto dedicato a Gaio Cilnio Mecenate, collocato nell’area compresa tra il museo e l’anfiteatro, il cui restauro si è concluso il 2 giugno 2018. Il recupero è stato eseguito da Sandro Ceccolini e promosso dal Polo Museale della Toscana con il finanziamento del Lions Club Mecenate di Arezzo. Un primo segno della volontà di riqualificare gli spazi destinati a giardino pubblico.

L’opera è una copia ottocentesca in marmo di un busto conservato ai Musei Capitolini di Roma. Fu donata al Comune di Arezzo nel 1834 ed esposta nel Palazzo Comunale.

Nel 1937 venne spostata dove la vediamo oggi, a impreziosire l’entrata del museo intitolato al grande aretino vissuto nel I secolo a.C., consigliere dell’imperatore Ottaviano Augusto e protettore dei maggiori poeti e letterati del suo tempo. Uno di quelli che ispirò Carducci a dire «basterebbe Arezzo a fare la gloria d’Italia».

Marco Botti
Marco Botti
Marco Botti
Aretino di nascita e per vocazione.
Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi.
Arte, musica, storia della mia città sono il pane quotidiano.
Credo nella natura divina dei Beatles.