Viaggio alla scoperta di un quartiere simbolo del Novecento aretino, fra tradizione e multiculturalità
Geolocalizzazione
Da anni il quartiere multietnico per eccellenza di Arezzo, Saione ha un secolo di vita intensa da raccontare.
Agli inizi del Novecento la zona era completamente diversa da come la vediamo oggi. Provate a immaginarla senza i palazzi, i negozi e i semafori che senza soluzione di continuità vi accompagnano fino alle porte del centro storico. A destra e sinistra qualche casa colonica, una chiesetta medievale e, in prossimità della stazione ferroviaria, un campo per l’addestramento militare. Per il resto viuzze di campagna, campi coltivati e terreni incolti adibiti a pascolo, solcati dall’odierna via Vittorio Veneto, la principale direttrice viaria a sud della città fin dall’epoca romana, identificata con la via consolare Cassia Vetus, dove un tempo orbitavano i “saiones” addetti a riscuotere i dazi sulle merci che entravano ad Arezzo.
Il periodo tra le due guerre mondiali fu determinante per la crescita del nuovo quartiere cittadino. Sorsero altre strade, dedicate a importanti personaggi del passato e a luoghi simbolo della Prima Guerra Mondiale, lungo le quali vennero innalzate abitazioni negli stili architettonici imperanti nel periodo.
Nel secondo Dopoguerra Saione visse un vero e proprio boom edilizio e assunse l’aspetto odierno di posto vivo, colorato, in continua evoluzione, che potrebbe fare delle diversità culturali la propria ricchezza, anche se il processo non è sempre semplice da concretizzare.
Campo di Marte, dove il calcio aretino si fece le ossa
Passeggiare per le vie di Saione è sempre un’esperienza stimolante. Dopo essere usciti dal centro storico e avere attraversato il grande sottopasso ferroviario, il primo luogo da scoprire si trova a destra di via Vittorio Veneto ed è il parco di Campo di Marte. area verde delimitata da viale Maginardo, via Leon Battista Alberti e la stazione.
Ai primi del XX secolo era ancora una piazza d’armi per le esercitazioni. Dal 1919 ospitò uno “sferisterio” dove si facevano i giochi con la palla più in voga nel periodo. Erano gli anni in cui il calcio cominciava ad appassionare gli aretini e nel 1923 nasceva la Juventus FBC Arezzo, trasformatasi in U.S. Arezzo sette anni dopo. La necessità di uno spazio adeguato, in cui svolgere le partite, portò il Comune a concedere il terreno nel 1926. Si trattava tuttavia di un campo scadente, così nel 1933 alcune associazioni sportive e combattentistiche incalzarono il podestà Pier Ludovico Occhini con la richiesta di un nuovo impianto da intitolare al tenente dei bersaglieri Giuseppe Mancini, medaglia d’oro al valore militare.
Lo stadio doveva sorgere nella periferia ovest, dove era previsto il nuovo quartiere di Pescaiola. L’elaborazione del campo sportivo fu affidata al Gruppo Toscano Architetti di Firenze, che nel 1934 presentò il progetto per un impianto polivalente da 10.000 posti, comprendente anche una piscina, i campi da tennis, pallacanestro e pallavolo, un percorso di guerra, una palestra sotto la tribuna principale e una pista in cemento armato, con le curve paraboliche per le gare ciclistiche e di moto. Lo stadio sarebbe stato rivestito in mattoni faccia a vista, con copertura autoportante in cemento armato per la tribuna e una torre neofuturista di 33 metri sul lato della maratona.
Il mirabolante progetto rimase sulla carta per la mancanza di risorse finanziarie e al suo posto venne realizzato il nuovo Foro Boario. Nel 1936, con una deliberazione del podestà, si decise così di potenziare l’impianto già esistente. Le strutture portanti della tribuna dello stadio furono ricostruite con cemento armato e mattoni, mentre rimasero le gradinate in legno. L’inaugurazione dello stadio “Giuseppe Mancini” avvenne nel 1937 con l’arrivo ad Arezzo del Giro d’Italia.
Tra il 1943 e il 1944 i bombardamenti alleati colpirono a più riprese la stazione ferroviaria e anche Campo di Marte si riempì di crateri e macerie. Nel dopoguerra il terreno e gli spalti vennero ripristinati, ma si cominciò a pensare a uno stadio più funzionale. Nel settembre 1961 fu inaugurato quello nuovo di via Gramsci. In seguito, il “Mancini” venne demolito e l’area fu divisa tra verde pubblico, corrispondente all’odierno parco, e il mastodontico complesso residenziale e commerciale firmato da Mario Mercantini, ancora oggi chiamato da molti aretini il “palazzo della Standa”.
La chiesa di Saione, un gioiello neogotico simbolo del quartiere
Nei primi decenni del Novecento il quartiere era in grande espansione e la mancanza di una sede parrocchiale adeguata si faceva sentire. I frati minori, che avevano a Saione un loro ospizio, fecero pressioni per un nuovo luogo di culto, visto che nella zona era presente solo la chiesa romanica di Sant’Antonio Abate lungo via Vittorio Veneto, troppo piccola e ancora di proprietà privata. Passarono diversi anni, finché il 4 novembre 1926 il vescovo Emanuele Mignone decretò la nascita della parrocchia dedicata a San Francesco Stimmatizzato. La prima pietra della futura chiesa di Saione, progettata in stile neogotico dal padre francescano e architetto Raffaello Franci, fu posata il 15 agosto del 1927 prelevando il materiale lapideo dal sacro monte della Verna. Il luogo sacro fu realizzato grazie al contribuito economico della popolazione e di alcuni imprenditori locali.
Il 4 dicembre 1932 ci fu la consacrazione ufficiale. Nel 1940 il livornese Umberto Bartoli eseguì per la grande facciata un fregio di terracotta con “San Francesco patrono d’Italia” al centro e due storie di Sant’Antonio da Padova: a sinistra la “Predica di Sant’Antonio ai pesci” e a destra “Sant’Antonio e il miracolo della mula dell’eretico”. Il solenne interno, al quale si accede tramite una scalinata a doppia rampa, è a navata unica con una grande abside e due ampie cappelle laterali dedicate a San Francesco e alla Madonna, con le pitture di Venanzio Bolsi eseguite negli anni Trenta del secolo scorso. Tra i personaggi locali dipinti dal pittore toscano, da notare in quella di sinistra il missionario apostolico “Andrea da Quarata” e la “Venerabile Anna Lapini”, fondatrice delle Suore Stimmatine di Firenze.
Artisti del Novecento a Saione. Presenze importanti da valorizzare
Non c’è strada o angolo di Saione che non abbia da raccontare interessanti pagine di architettura del secolo scorso. Via Isonzo, via Masaccio e la stessa via Vittorio Veneto, almeno per gli edifici della prima metà del Novecento, la fanno da padrone. Il quartiere propone anche un piacevole tour alla scoperta di pittori, scultori e ceramisti che hanno segnato l’arte aretina del secondo Novecento. Si può iniziare con i bassorilievi di Dario Tenti lungo l’accesso a Palazzo Sacchi e finire con i pannelli di Mario Gallorini sotto i portici di via Po, tutti in ceramica e tutti risalenti alla prima metà degli anni Sessanta. Nel mezzo un capolavoro scultoreo collocato in Piazza Saione, “San Francesco e la lupa” di Venturino Venturi, di cui vale la pena raccontare la storia.
Il gruppo bronzeo è un’opera pensata nel 1971, quando il grande artista di Loro Ciuffenna partecipò a un concorso sul tema francescano bandito dal Comune di Gubbio. In seguito, la scultura venne fusa dalle Officine Michelucci di Pistoia, come riporta il marchio impresso nel saio del santo. L’opera fu poi acquistata dal Comune di Arezzo e prima dell’attuale collocazione venne sistemata nel cortile della scuola Pio Borri, nei pressi del bastione di San Giusto, e quindi nei giardini del Praticino, di fronte alla Biblioteca “Città di Arezzo”. Nel 2007 la scultura, che fissa il momento prima dell’abbraccio tra il santo e la lupa, venne spostata, con una felice intuizione, nell’area verde di fronte alla chiesa parrocchiale del quartiere.
La Unoaerre e il monumento di Piazza Zucchi
Parli di grandi artisti e non puoi dimenticarne uno ancora vivente, lo scultore e medaglista Enzo Scatragli, che per Piazza Zucchi, la seconda piazza per importanza di Saione, eseguì nel 1995 il monumento dedicato all’aretino Carlo Zucchi, fondatore assieme al senese Leopoldo Gori della più famosa azienda orafa toscana del mondo, la Unoaerre.
Un pezzo importante della sua storia la grande industria lo ha vissuto proprio a Saione. Nata inizialmente con la denominazione Gori & Zucchi in via Seteria, nel 1926, la ditta ricevette nel 1935 il primo marchio della provincia di Arezzo come azienda orafa, da cui nacque il nuovo nome. Da via Seteria si trasferì in via Guadagnoli e nel 1948 in via Vittorio Veneto, utilizzando gli ambienti di un ex biscottificio. Negli anni Cinquanta e Sessanta vi lavoravano circa 500 operai. Nel 1966 fu inaugurato il nuovo stabilimento di via Fiorentina e la Unoaerre lasciò per sempre la sede all’incrocio tra via Vittorio Veneto e via Schiaparelli.
Il Togato di via Pasqui, la più importante scoperta archeologica degli anni Novanta
Saione è anche sinonimo di ritrovamenti archeologici di grande rilevanza. Fin dall’Ottocento, soprattutto lungo la direttrice via Romana – via Vittorio Veneto, sono stati scoperti numerosi reperti di epoca romana, perlopiù facenti riferimento a sepolture databili tra il I secolo a.C. e la fine del II secolo d.C.
Tra i tanti rinvenimenti, da segnalare la testa in marmo lunense di Livia Drusilla Claudia, moglie dell’imperatore Ottaviano Augusto, risalente alla fine del I sec. a.C. o agli inizi del I sec. d.C.
Nel 1994, durante lavori di scavo per la realizzazione di nuovi edifici nei pressi di via Pasqui, fu recuperato invece il cosiddetto “Togato di Arezzo”, statua ricollegabile al monumento funebre di un facoltoso personaggio databile tra il 50 e il 26 a.C. La scultura di marmo lunense oggi è conservata nel Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo ed è la prima opera che dà il benvenuto ai visitatori. Un bel biglietto da visita sia per il luogo che la custodisce, sia per il quartiere in cui fu ritrovata.

La chiesa di Sant’Antonio Abate
Un angolo di medioevo nel cuore di Saione
Avvinghiata dall’edilizia novecentesca, la piccola chiesa di Sant’Antonio Abate spunta come un’aliena alla vista di chi percorre la parte finale di via Vittorio Veneto, ergendosi a edificio storico più importante dell’intero quartiere di Saione.
La costruzione religiosa venne eretta tra XI e XII secolo, periodo in cui si era intensificata la devozione per il santo eremita di origine egiziana, dopo che le sue reliquie erano state trasferite da Jocelin de Chateau Neuf, intorno all’anno Mille, da Costantinopoli nella francese Vienne. In una zona in quel tempo adibita a pascolo o a campi coltivati, era quasi scontato che sorgesse un luogo dedicato al patrono degli animali.
Nel XII secolo la chiesa subì un totale rinnovamento in stile romanico, di cui si ammirano ancora la facciata col piccolo rosone, le pareti laterali esterne, la deliziosa abside semicircolare e il cippo che sostiene l’altare. Nei documenti del 1483 Sant’Antonio Abate risultava unita in perpetuo alla Canonica di Lignano, ovvero all’eremo dei SS. Cosma e Damiano.
Nel 1767 Arezzo fu investita da una terribile epidemia di tifo petecchiale e l’edificio venne utilizzato per la sepoltura di 97 vittime della malattia. Nel 1778, come recita l’iscrizione sull’architrave esterno, si conclusero i lavori di restauro e ammodernamento condotti a spese del canonico della cattedrale Paolo Bacci. L’anno successivo venne costruito un elegante campanile a vela secondo i canoni imperanti del periodo. A quella fase risalgono anche gli affreschi di Liborio Ermini, purtroppo quasi del tutto persi. Essi raffiguravano “Sant’Antonio in gloria e le storie del santo” nella calotta absidale, la “Cacciata dei diavoli da Arezzo” nella parete sinistra, uno degli episodi francescani più conosciuti, e “Tobia e Tobiolo nell’atto di seppellire i morti” nella parete destra, a ricordo dall’epidemia mortifera del decennio precedente. Alla fine del Settecento o agli inizi del secolo successivo viene ascritto invece il noto “Cristo di Saione”, una scultura lignea raffigurante “Cristo caduto sotto il peso della croce” attribuita a Luigi Chiari.
Dopo secoli di patronato di storiche famiglie aretine come Testi, Marsuppini e Bacci, nei primi anni del XIX secolo la chiesa passò sotto la protezione dei Centeni Romani, divenendone dal 1861 il sepolcreto di famiglia.
Nel 1921 iniziò un primo recupero della struttura medievale, con l’eliminazione degli intonaci settecenteschi, che riportarono alla luce le bozze di pietra locale. Nel 1926, con la nascita della nuova parrocchia dedicata a San Francesco Stimmatizzato per il quartiere di Saione, la chiesina divenne per alcuni anni il luogo dove svolgere le funzioni, sotto la gestione dei frati minori. Nel frattempo, andarono avanti i lavori per un edificio sacro più grande su progetto di Raffaello Franci, terminato nel 1932. Sempre negli anni Trenta giunsero ad arricchire l’interno la tavola neogotica con “Sant’Antonio abate” del 1933 di Venanzio Bolsi e la scultura lignea di “Sant’Antonio da Padova” del 1935 di Luigi Santifaller.
Nella prima metà degli anni Cinquanta ci fu un nuovo intervento conservativo e nel 1967 l’immobile venne donato dai Centeni Romani alla Provincia toscana dei Frati minori. L’ultimo restauro, terminato nel 1986, restituì al luogo di culto un aspetto vicino alla sua versione romanica. Nel 2010, con i nuovi marciapiedi di via Vittorio Veneto, arrivò in dote anche un piccolo sagrato.
Sant’Antonio Abate è l’oratorio ufficiale del Quartiere di Porta Santo Spirito, ma nel tempo ha assunto il ruolo di “piccolo pantheon” aretino, dove sono state sistemate varie immagini della cristianità a cui i devoti possono scegliere di affidare le preghiere. Le tante candele accese e la poca luce naturale che filtra nella chiesa trasportano il visitatore in una dimensione mistica, al riparo dal traffico e dal chiasso che caratterizzano questa parte di Saione per molte ore della giornata.













