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L’arte di far disegnare la natura

Le naturografie dell’artista cortonese Roberto Ghezzi, sempre più apprezzato da pubblico e critica, sono opere vive in cui uomo e paesaggio collaborano per creare la giusta sinfonia nell’opera. L’ecosistema entra nel processo creativo, lasciando una straordinaria firma d’autore. “Ma io non cerco consensi, inseguo solo la mia verità”

L’arte l’ha sempre respirata. Quando è nato, lei già risedeva in casa sua, una fidata compagna a cui chiedere e con cui confidarsi. Suo nonno Gino era scultore, suo padre Alberto pittore.
E la natura l’ha sempre vissuta e sentita. Le lunghe attese, da bambino, davanti allo specchio d’acqua del lago Trasimeno e le serene passeggiate nei boschi di Cortona per cercar funghi o per pescare in un torrente. Il canto del vento, il sussurro dell’acqua, il respiro della terra.

Due amiche che lo tenevano per mano da sempre e a cui Roberto, un giorno, ha chiesto di unirsi e chiudere il cerchio. Ha chiesto loro di collaborare per creare qualcosa di unico.
Il percorso artistico di Roberto Ghezzi inizia nel più classico dei modi: pratica nello studio di famiglia e corsi di nudo, incisione e storia dell’arte all’Accademia delle Belle arti di Firenze. Dagli anni Novanta espone con regolarità in personali e collettive. Dipinge paesaggi ma anche volti, particolari del corpo, di un ambiente. Restituisce sulla tela quello che il suo occhio riesce a cogliere e catturare nel mondo. E’ molto dotato e ottiene un positivo, crescente riscontro di pubblico e critica e numerosi apprezzamenti di galleristi e collezionisti. Ma a lui non basta.

“Mi rendevo conto di essere bravo ma cosa avrei potuto dare io alla pittura? Cosa avrei potuto offrire di più dei grandi artisti che mi hanno preceduto? Tutto è stato dipinto, tutto è stato immortalato, riprodotto, svelato. Oggi è quasi un gesto meccanico catturare un momento, un gesto, un’emozione. Basta estrarre il proprio smartphone e scattare. E poi si può anche correggere e modificare selezionando il filtro più adatto. Siamo sommersi dalle immagini. Dipingendo, ovviamente, è possibile interpretare, comunicare idee discostandosi però dal puro figurativo. Io stesso per 20 anni ho dipinto quello che vedevo e sentivo intorno a me. Sono partito dai paesaggi della mia amata Toscana per poi volgere l’occhio più a nord, lontano dagli uomini. Soltanto acqua, aria e una sottile linea d’orizzonte. Sentivo esistere qualcosa di più dietro alle forme, in profondità e, un giorno, ho deciso di invertire le regole, di infrangere i confini”.

Quel giorno è il 2 febbraio 2003. Roberto esce di casa tenendo sotto braccio una delle sue tele di cotone bianco e raggiunge un ruscello che taglia un bosco di querce e castagni, vicino casa.
“E’ qui che ho consegnato per la prima volta la tela alla natura con un gesto liberatorio, ancorandola al fondale del fiume. Continuavo a dipingere i paesaggi con i miei occhi e i miei strumenti, invece volevo che fosse la natura stessa a ritrarsi usando gli elementi che aveva a disposizione. Il legame fra uomo e ambiente è qualcosa di ancestrale, di misterico con cui sentivo il bisogno di tornare in contatto. Sporcandomi le mani, il volto, riconoscendomi in quel perfetto sistema. L’arte era lo strumento per riuscirci”.

La tela diventa la pista da ballo dove la vita può esibirsi. Danzano l’aria, la terra, gli insetti, le piante, l’acqua fino a ritrarre quel paesaggio, quel preciso ecosistema in quel determinato lasso temporale. Un autoritratto inimitabile. La realtà entra nell’arte lasciando la sua firma.
Nascono così le naturografie, opere vive in cui artista e paesaggio collaborano, creando la giusta sinfonia.

“Vi domanderete cosa faccio io se è la natura che plasma l’opera. Io decido i materiali utilizzati, decido dove posizionarli, i reagenti organici da impiegare, decido il tempo di permanenza delle mie opere in quell’ambiente. Sono io a prelevarli quando penso sia il momento opportuno e a fissarne l’esatto stato”.

Da quel freddo e soleggiato giorno di febbraio Roberto ha installato decine e decine di tele di cotone, di lamiere di ferro e di tessuti di ogni dimensione nei più disparati angoli del mondo. Pochi centimetri o qualche metro, immersi in un fiume, in un lago, nel mare, ancorati alla terra, sospesi nell’aria. Possono starci pochi giorni o un intero anno. E’ l’artista a scegliere il risultato.

“Quando mi reco in un luogo dove ho deciso di posizionare le mie opere, cerco di entrarci in comunicazione attivando un dialogo. Per questo, prima di posizionare le installazioni, esploro il posto, traccio mappe, studio la flora e la fauna. Lo ascolto per giorni per capirne l’energia e decidere come operare. Entro in punta di piedi ma voglio che la natura senta la mia presenza come io devo sentire la sua. Il tempo che dedichi a quel luogo porta ad un innamoramento. Viaggiare è l’esperienza più bella che l’uomo possa fare. Adoro le residenze artistiche ma poi mi muovo in solitudine, il rapporto con la terra non permette terzi. I luoghi che scelgo mi rispecchiano: prediligo zone del grande nord come Alaska, Norvegia, Islanda ma sono consapevole che la bellezza si trova ovunque. Basta saperla vedere e apprezzare”.

Succede anche che, dato il lungo permanere delle opere in un paesaggio, Roberto decida di lasciarle in custodia a qualcuno chiedendo di monitorare giornalmente i quadri inviando a lui le immagini dell’evoluzione.
“Fra queste persone, l’opera e il paesaggio si instaura un legame profondo e radicato. L’uomo inizia a sentire gli elementi, a capirli e si affeziona. Anche quelle emozioni influiscono sulle mie decisioni”.

Oggi le installazioni di Roberto Ghezzi sono in Italia, Alaska, Francia, Svizzera, Islanda, Sud Africa, Tunisia, Norvegia e Patagonia. Vincitore dell’Artapp artist contest con il lavoro “Physis, i codici dell’invisibile” , del prestigioso premio Ora 2016, di un premio ArteamCup 2018 e 2019 e del premio residenza SetUp 2019, l’artista cortonese è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo per il suo rivoluzionario lavoro. Nel 2018 ha portato in giro sette personali, partecipato a quattro collettive, due premi e cinque residenze artistiche mentre lo scorso anno, solo nel mese di maggio, ha inaugurato tre personali a Pisa, Cesena e Torino.

“L’apprezzamento della critica è molto cresciuto negli ultimi anni. Ma io non cerco clamori o consensi. Inseguo la mia verità”.
La sfida di Ghezzi, concettuale, artistica, filosofica, ha allargato i confini dell’arte creando una nuova frontiera, in cui la natura, da soggetto ritratto, diventa parte attiva del processo creativo.

Credits: Nous Art Gallery – San Gimignano – ph. Ela Bialkowska – OKNO studio 

 

Chiara Calcagno
Chiara Calcagno
Chiara Calcagno
Ostinatamente giornalista, scrivo per lavoro, per piacere, per fare la spesa.
Mi nutro di bellezza, di mare, di vigne e di cinghiale in umido. Quello di mia nonna.
Vorrei avere capelli sempre in ordine e mani curate ma perdo troppo tempo a cercare le chiavi dentro la borsa.