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Colle del Pionta

Splendido polmone verde della città, ne accompagna da sempre la storia. Dai reperti ritrovati qui, è stato possibile ricostruire la vita di Arezzo nel corso dei secoli, dal neolitico fino ai giorni nostri. Purtroppo oggi, a fronte di una riqualificazione ambientale e sociale della zona, gli scavi sono fermi, con la collina che custodisce ancora chissà quanti e quali tesori

Geolocalizzazione

Situato a sud-ovest del centro storico, il colle del Pionta è uno splendido polmone verde che accompagna da sempre la storia di Arezzo. La frequentazione dell’uomo nella zona è antichissima. Pensate che nella vicina collinetta del Maccagnolo sono stati ritrovati reperti risalenti al neolitico. Dalla fase etrusca sono giunti a noi oggetti legati a un’area votiva, tra i quali un bronzetto di atleta, delle terrecotte architettoniche e ossa umane facenti parte di una necropoli. Anche per il periodo romano sono state recuperate testimonianze da riferire a un sepolcreto.Lo strano nome, invece, deriverebbe dal germanico “biunda”, che fa riferimento a un terreno recintato.

La tomba di San Donato

Secondo la Passio Sancti Donati, forse scritta quando eravamo già in epoca longobarda, il 7 agosto 362 fu martirizzato il secondo vescovo di Arezzo Donato. Il successore, Gelasio, seppellì le spoglie del futuro santo al Pionta, dove fece realizzare anche un piccolo oratorio. Leggenda o verità, da quel momento la collina assunse un ruolo primario per la città e la sua vasta diocesi.

Proseguì l’utilizzo della zona come necropoli. Gli scavi archeologici documentano la presenza di almeno cinque tipi diversi di tombe, collocabili tra il IV e il VII secolo. In una, in particolare, fu scoperto un ricco corredo con gioielli d’oro databile al 650 circa.

All’VIII secolo risalgono i documenti che attestano l’esistenza nel colle di una scuola per chierici, mentre intorno all’840 fu fondato il Capitolo dei canonici, ovvero il collegio di sacerdoti e diaconi che vivevano in comunità nei pressi della cattedrale altomedievale di Santa Maria e Santo Stefano.

I secoli d’oro e la rivoluzione Guidoniana

Tra il 986 e il 1036 tre vescovi segnarono il massimo splendore del Pionta. Elemperto riedificò la canonica e fece restaurare (o ricostruire) il duomo dell’VIII secolo, incaricando per questo l’architetto Maginardo. Dopo la breve esperienza di Guglielmo, il vescovo Adalberto dal 1014 promosse la realizzazione di una seconda cattedrale a pianta centrale e di forma ottagonale, dedicata a San Donato. Il progetto fu ancora assegnato a Maginardo, che venne inviato a Ravenna a studiare l’architettura di San Vitale. Il successore, Teodaldo, portò a termine il maestoso progetto e consacrò il nuovo tempio il 12 novembre 1032 con la traslazione delle spoglie del santo dal piccolo oratorio paleocristiano.
Eravamo nel periodo d’oro della cittadella vescovile, la cui vitalità culturale veniva ribadita dalla presenza del monaco pomposiano Guido d’Arezzo, che sotto la protezione di Teodaldo sviluppò le sue straordinarie innovazioni in campo musicale. Dal 1052, con Arnaldo, i vescovi aretini acquisirono dall’imperatore Enrico III anche il titolo di “conti”, legittimando un’influenza politica già forte.

Il lento e inesorabile declino

Con l’ascesa del libero Comune di Arezzo cominciarono i problemi. Il complesso del Pionta subì danneggiamenti nel 1110 e 1129.
Nel 1203, papa Innocenzo III ordinò il trasferimento dentro le mura cittadine della cattedrale, della sede vescovile e della canonica. Pur rimanendo meta di pellegrinaggio, il colle perse così il suo ruolo centrale. Non mancarono i saccheggi, come quello perpetrato dai perugini con l’irruzione del 12 novembre 1335.  Il luogo, con la sua conformazione fortificata, divenne anche posto di rifugio per sbandati ed eserciti nemici. Nel 1554, ad esempio, l’esercito della Repubblica senese al comando di Piero Strozzi si accampò con le sue truppe nella collina. Questo fu l’episodio che convinse Cosimo I dei Medici a ordinare la demolizione dell’intero complesso per motivi di sicurezza.
Nonostante le suppliche del popolo aretino, lo smantellamento iniziò il 21 ottobre 1561 e in un documento del 18 agosto 1563 si diceva che la completa distruzione era ormai “intervenuta”. Inutile ricordare il danno incalcolabile per la storia e l’arte aretina che comportò la decisione del sovrano. Nel 1610 il vescovo Pietro Usimbardi fece erigere sulla collina, in memoria della cittadella, un piccolo oratorio dedicato a Santo Stefano.

Cosa si è salvato dallo scempio del 1561

Nonostante il progressivo abbandono del Pionta, gli artisti continuarono ad arricchire di opere i luoghi di culto che impreziosivano l’area.

Giorgio Vasari, nelle sue Vite del 1568, ci parla di interventi pittorici di autori del calibro di Margarito d’Arezzo, Buffalmacco, Giotto, Gaddo Gaddi, Iacopo del Casentino, Spinello Aretino, Parri di Spinello e Bartolomeo della Gatta.

Dal colle è probabile che provengano i tre splendidi Crocifissi lignei medievali, oggi custoditi nel Museo diocesano, e il San Sigismondo di fine Duecento in marmo cipollino al piano terreno del Museo d’arte medievale e moderna.

A un tabernacolo dell’Annunciazione si fanno riferire  alcuni affreschi staccati di Parri di Spinello degli anni Quaranta del XV secolo, anche questi conservati nel museo di via San Lorentino, mentre un affresco di fine Trecento che raffigura la Madonna della rosa, attribuito a Spinello Aretino, venne  trasferito nella chiesa della Madonna del Duomo dell’attuale via Oberdan.

Da non dimenticare infine il cosiddetto Deposito di San Satiro, oggi nella parete destra del duomo di Arezzo, che è un’urna trecentesca sormontata da un sarcofago del IV secolo d.C.

L’ospedale neuropsichiatrico e il campus universitario

Dopo la distruzione cinquecentesca, si tornò a guardare con interesse al Pionta solo alla fine dell’Ottocento, quando fu decisa la costruzione nell’area del Manicomio provinciale. Le prime palazzine furono inaugurate nel 1901 e tre anni dopo venne nominato come direttore Arnaldo Pieraccini, figura basilare per la neuropsichiatria italiana del Novecento. Egli strutturò il complesso aretino come una cittadella indipendente all’avanguardia e rimase al suo posto fino al 1950.

A lui successero Marino Benvenuti, in carica fino al 1971, e Agostino Pirella, ultimo direttore del complesso che chiuse i battenti nel 1989. La Legge Basaglia del 1978, difatti, aveva disposto la graduale abolizione dei manicomi italiani.

A metà degli anni Novanta l’Università di Siena fece ristrutturare i locali abbandonati per trasferirvi la sede aretina della Facoltà di Lettere e Filosofia. Il Pionta divenne così l’odierno campus.

Le campagne di scavo novecentesche

Dal secondo Novecento si cominciò a riparlare anche della gloriosa cittadella vescovile. Gli scavi degli anni Sessanta e Settanta portarono alla luce i resti della cattedrale di Santa Maria e Santo Stefano e molti reperti rinvenuti sono visibili oggi all’interno dell’oratorio seicentesco. Lì si possono ammirare frammenti scultorei, epigrafi funerarie paleocristiane e parti di preziosi mosaici a tessere bianche e nere, risalenti ai secoli XI e XII, raffiguranti animali e motivi geometrici.

Dalle scalinate laterali all’altare maggiore si accede alla cripta, un ambiente ipogeico anteriore alla costruzione della chiesa, ancora da decifrare sotto vari aspetti, incluso il suo orientamento inverso rispetto all’edificio attuale, che lo designerebbe come parte sopravvissuta di un luogo di culto più antico. Che siano i resti del Tempio di San Donato? Al suo interno si segnalano graffiti e scritte. Solo perlopiù nomi di persona che vanno dalla seconda metà del XIII secolo alla Seconda guerra mondiale, visto che fu usato anche come rifugio antiaereo.

Un nuovo millennio pieno di speranze

Nel settembre 2001 le indagini ricominciarono grazie all’Università di Siena, con l’obiettivo di fornire una migliore lettura storica e stratigrafica del sito. Furono aperte nuove aree di scavo e in seguito venne allestita una esposizione coi risultati al Museo archeologico “Gaio Cilnio Mecenate”.

Dopo quella fase, la cronica mancanza di fondi statali da destinare all’archeologia lasciò tutto fermo fino al 2016, quando l’Associazione Culturale Academo “Roberta Pellegrini” diretta da Mauro Mariottini, nuova concessionaria per gli scavi, intraprese delle ricerche col georardar, in collaborazione con l’Università di Southampton, degli studi ricostruttivi digitali con il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze e nuove campagne archeologiche in collaborazione con l’Università Tor Vergata di Roma. Le concessioni sono state rinnovate anche nei due anni successivi, garantendo un triennio proficuo, come si evince dalle relazioni di fine scavo oggi a disposizione di studiosi o di chiunque voglia approfondire l’argomento.

Attualmente l’associazione si è presa una pausa di riflessione per capire quali scelte intraprendere in futuro, considerato che il sostegno delle istituzioni, purtroppo, finora c’è stato solo a parole, come ribadisce un amareggiato Mariottini.

Un vero peccato, perché dopo oltre mezzo secolo dai primi scavi, la collina è ancora in gran parte da indagare e sotto custodisce i resti della cittadella e del tempio progettato da Maginardo quasi mille anni fa. Di buono c’è che Comune, forze dell’ordine, associazioni e singoli cittadini stanno intervenendo finalmente per la riqualificazione del Pionta da un punto di vista ambientale e sociale, dopo che per troppo tempo gli episodi di degrado e microcriminalità hanno riempito ogni giorno le pagine di cronaca.

 

Marco Botti
Marco Botti
Marco Botti
Aretino di nascita e per vocazione.
Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi.
Arte, musica, storia della mia città sono il pane quotidiano.
Credo nella natura divina dei Beatles.