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Il Campaccio degli ebrei

Via Baldaccio d’Anghiari, una collinetta artificiale e un olivo: lì sorgeva il cimitero ebraico. Storia e retroscena di un ANGOLO DI CITTÀ che tanti aretini non conoscono

Alla fine di via Baldaccio d’Anghiari, a destra della piccola rotonda che introduce al sottopassaggio ferroviario, noterete una collinetta artificiale sormontata da un olivo. Lì sorgeva il cimitero ebraico, meglio conosciuto come il “campaccio”, appartenuto alla comunità aretina e la cui breve vita è stata indagata negli ultimi decenni da vari autori. Da ricordare, ad esempio, i contributi di Salvadori, Sacchetti, Gallorini e Caneschi, che hanno fatto luce su una realtà poco esplorata in passato.

In seguito ai moti antifrancesi del Viva Maria del 1799, gli ebrei toscani subirono delle ritorsioni in quanto considerati collaborazionisti o comunque filogiacobini. Questo perché i transalpini, sbandierando uguaglianza, libertà e fraternità, emancipavano anche i ghetti in cui essi vivevano, circondati dai secolari pregiudizi. A Monte San Savino, ad esempio, gli ebrei furono espulsi, mentre a Siena si verificarono delle orribili uccisioni.

Ad Arezzo le poche famiglie documentate, che abitavano e lavoravano nelle attuali zone di piazza Grande, via Mazzini e via San Niccolò, erano ben integrate e non subirono particolari ripercussioni. Ecco perché, ristabilito l’ordine dai soldati francesi con la forza, la diaspora della storica comunità savinese ne portò molti a stabilirsi in città, dove avevano già avviato delle attività. Altri arrivarono negli anni a seguire da quella di Lippiano.

Si calcola che tra il 1830 e il 1860 ad Arezzo vissero circa duecento ebrei. Erano perlopiù commercianti, una piccola e media borghesia senza grossi giri di affari, visto che l’economia aretina non spiccava per dinamismo.

La crescita della comunità portò con sé l’esigenza di un luogo dove imparare i precetti della religione e pregare. La scelta ricadde nell’abitazione di David Paggi in via Seteria, dove era già stato sistemato un oratorio privato. La zona è quella all’angolo con Corso Italia, dove oggi si trova un pub. Per arredare la piccola sinagoga, nel 1834 furono trasferiti da Lippiano i Rotoli della Torah e l’Aron-ha-kodesh, ovvero l’armadio sacro che li custodisce.

Nel 1843 nacque una confraternita incaricata di occuparsi di assistenza agli infermi e tumulazione dei morti. L’anno successivo fu creata anche una commissione per raccogliere fondi e individuare un terreno adatto a realizzare il cimitero. Il granduca di Toscana Leopoldo II concesse il benestare nell’aprile 1845. Un mese dopo Cesare Castelli e Giacomo Passigli firmarono l’acquisto di un appezzamento che dal 1846 accolse i defunti.

Nei primi anni Sessanta la comunità migrò quasi del tutto e nel 1863 si sciolse. La sinagoga venne chiusa e nel 1866 gli arredi sacri finirono a Firenze. Rimase il sepolcreto, la cui manutenzione periodica venne affidata all’Università israelitica fiorentina. Angiolo Castelli, figlio di quel Cesare che aveva acquistato il terreno, fu l’ultimo a venire seppellito ad Arezzo nel 1917. Da testamento aveva infatti chiesto che la salma fosse portata in città assieme a quella della moglie.

Nel 1937 il cimitero venne chiuso definitivamente e di lì a un anno sarebbero entrate in vigore le ignobili Leggi razziali. Agli inizi del 1940 Cesare Castelli, figlio di Angiolo, avanzò l’istanza di trasferimento dei dodici ebrei sepolti e delle rispettive lapidi, che furono traslate nel camposanto di Rifredi.

Al posto del tempietto che vi sorgeva venne realizzata dalla Difesa Contraerea una “casamatta” che funzionò durante la guerra. Nel 1953 il comune acquisì l’area cimiteriale e alla fine degli anni Ottanta, su sollecitazione del rabbino di New York, il sindaco Aldo Ducci scongiurò la sua cancellazione a favore della nuova viabilità.

Con la realizzazione del parco dedicato proprio all’ex primo cittadino, scomparso nel 1995, l’ex sepolcreto fu sistemato. Il 27 gennaio 2001, Giornata della Memoria e anniversario della liberazione degli internati di Auschwitz, venne collocato ai piedi della collinetta un cippo recante alcuni versi tratti dal libro Se questo è un uomo di Primo Levi.

Marco Botti
Marco Botti
Marco Botti
Aretino di nascita e per vocazione.
Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi.
Arte, musica, storia della mia città sono il pane quotidiano.
Credo nella natura divina dei Beatles.