Da quarant’anni Mattesini Design trasforma case, negozi e luoghi di lavoro in ambienti su misura, dove materia, luce e funzione raccontano l’identità di chi li vive
Ci sono luoghi che si attraversano e luoghi che restano addosso. I primi assolvono una funzione, i secondi diventano memoria. Entrare nel mondo di Mattesini Design significa stare dentro questa differenza sottile: quella tra uno spazio arredato e uno spazio pensato, tra una stanza riempita e un ambiente capace di parlare.
Fondato nel 1985 da Alfredo Mattesini, lo studio ha costruito nel tempo un’identità precisa, lontana dalle scorciatoie della serialità e dalla tentazione del format. Prima i privati, poi il retail, quindi i grandi brand e i progetti in Italia e all’estero: una crescita avvenuta senza clamore, quasi in sottrazione, affidata più al passaparola che alla comunicazione. Una scelta coerente con il carattere del fondatore, descritto da chi lavora accanto a lui come un uomo che «ha sempre vissuto nell’ombra», più interessato alla qualità del lavoro che alla sua esposizione pubblica.
Eppure proprio quel silenzio operativo ha generato riconoscibilità. Perché nel lavoro di Mattesini Design non esiste un tratto standard, ma un metodo. «Noi non standardizziamo nulla: ogni progetto ha una sua identità», racconta Caterina Mattesini, oggi impegnata nello studio accanto al padre dopo una laurea in Ingegneria civile e un master in Interior design. Il punto di partenza è sempre l’ascolto. Non un ascolto passivo, però. Il cliente porta desideri, esigenze, immagini, talvolta convinzioni molto nette. Lo studio le accoglie, le smonta, le rilegge, le restituisce in una forma più consapevole. «Cerchiamo di andare oltre quello che chiede il cliente», spiega Caterina. È lì che il progetto smette di essere esecuzione e diventa visione.
La frase che torna più spesso è “su misura”. Non come slogan, ma come pratica quotidiana. Tavoli, divani, letti, lampade, tappeti, armadiature, superfici, dettagli: ogni elemento può nascere da un disegno dedicato. L’obiettivo non è accumulare oggetti, ma costruire coerenza. «Alla fine hai una casa cucita addosso», dice Caterina. Una frase semplice, quasi domestica, che contiene però l’intera filosofia dello studio: vestire lo spazio come si veste una persona, rispettandone carattere, abitudini, postura e desideri.
La materia ha un ruolo centrale. Marmi, legni, metalli, specchi fumé o bronzati, carte da parati evolute, tessuti, rivestimenti verticali: tutto concorre a dare profondità e identità. Non si tratta di decorare, ma di costruire atmosfera. Il lusso, in questa visione, non è ostentazione. Non è l’oggetto che urla il proprio valore. È piuttosto una forma di eleganza percepibile, un equilibrio tra ricchezza dei dettagli e misura del risultato. Un lusso pulito, caldo, mai freddo. «Non è il classico minimale», osserva Caterina. Perché il minimalismo, quando diventa vuoto, rischia di lasciare le persone fuori dalla propria casa. Qui, invece, anche la semplicità deve contenere racconto.
Questo vale ancora di più negli spazi commerciali. In un’epoca in cui si può acquistare tutto online, il negozio deve tornare a essere esperienza. Non basta esporre un prodotto: bisogna far capire perché quel prodotto esiste, qual è il punto forte di un brand, quale percorso visivo accompagna il cliente dall’ingresso alla scelta. Una borsa, una scarpa, una giacca non chiedono lo stesso spazio. Hanno bisogno di ritmo, respiro, gerarchia. «La prima cosa che il cliente vede deve raccontare il punto forte del brand», spiega Caterina. Il retail, per Mattesini Design, è una narrazione in tre dimensioni: identità, funzione, desiderio.
Dietro l’apparente fluidità del risultato c’è però una complessità enorme. Lo studio segue il percorso dall’idea iniziale alla consegna finale, coordinando fornitori, artigiani, aziende, lavorazioni. Non vende soltanto un disegno: accompagna un processo. «Noi facciamo le veci del cliente», dice Caterina. È una responsabilità che richiede fiducia, continuità e capacità di governo. Ogni fabbro, falegname, tecnico, fornitore deve entrare in una trama comune. Se un elemento cambia, tutto il resto deve continuare a funzionare.
Oggi lo studio vive anche una fase di passaggio generazionale. Non una sostituzione, ma una staffetta. Alfredo Mattesini resta il centro di una storia professionale costruita in quarant’anni di esperienza, intuizione e visione personale. Caterina non immagina di replicarlo. Sa che un lavoro così non si eredita come un insieme di procedure. Si assimila, si attraversa, si reinventa. «Io non potrò mai essere lui. Devo costruire un percorso parallelo», dice. È forse il punto più autentico del racconto: il futuro non come copia del passato, ma come dialogo tra due sensibilità.









