Tra il Pratomagno e le foreste casentinesi un luogo fuori dal tempo, dove anche le pietre delle case tramandano un carattere identitario unico

 

Geolocalizzazione

 

“Un piccolo borgo di pietra, un labirinto dell’anima, un lungo in cui perdersi, una dimensione in cui ritrovarsi”. Queste parole, impresse in una tegola, danno il benvenuto a chi visita Raggiolo, uno dei gioielli più preziosi del Casentino, inserito non a caso nel club dei “borghi più belli d’Italia”.  

 

Il paese fa parte del comune sparso di Ortignano Raggiolo, sorto nel 1873 grazie a un regio decreto che unì amministrativamente i municipi di Ortignano e Raggiolo, incastonati nelle pendici del Pratomagno, sul versante che guarda la “prima terra d’Arno”.

 

La via migliore per raggiungere una delle zone più amene della Toscana, attraversata dal torrente Teggina, è la strada provinciale 64, che all’altezza di Bibbiena si stacca dalla via Umbro Casentinese e dopo pochi chilometri entra nel territorio ortignanese. I magnifici boschi di castagno che avvolgono i due borghi principali e le loro frazioni calano i visitatori in una dimensione atavica, in cui il silenzio regna sovrano e le stagioni sono scandite dai diversi colori che Madre Natura distribuisce con ampie pennellate.

 

 

La Val Teggina, una terra dove spiegare l’epoca dell’incastellamento medievale

 

Ortignano Raggiolo è uno dei tre comuni della provincia di Arezzo che non raggiungono i mille abitanti. Gli altri due sono Chitignano e Montemignaio, anch’essi in Casentino.

 

La prima località che si incontra percorrendo la Val Teggina è San Piero in Frassino, la più popolosa dell’intero territorio comunale. Qui possiamo scoprire la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, che custodisce una tela con la “Madonna del Rosario e santi” di Pier Dandini, uno dei più valenti pittori fiorentini del Seicento.

 

Proseguendo si raggiunge Ortignano, con il nucleo più antico arroccato su un contrafforte del Pratomagno conteso tra XI e XIV secolo dai vescovi di Arezzo, i monaci camaldolesi e i Conti Guidi, prima di finire in orbita fiorentina.  L’ex area fortificata, da cui godere di splendide vedute fino al Sacro Monte della Verna, è preceduta dall’odierno Palazzo Comunale e dalla Chiesa dei SS. Margherita e Matteo, di origine medievale e più volte rimaneggiata nei secoli.

 

Staccandosi dalla via provinciale si può arrivare a Badia Tega, già sede di una piccola abbazia camaldolese dipendente da quella di Selvamonda, dove invece è presente la Chiesa di Sant’Antonio in stile romanico rurale, attestata almeno dalla prima metà del Duecento. Qui si segnalano una pala d’altare del secondo Cinquecento attribuita alla cerchia di Raffaellino del Colle, raffigurante la “Madonna con il Bambino tra San Giovannino e San Romualdo”, e due tele di Venanzio l’Eremita della prima metà del Seicento raffiguranti “Gli angeli del giudizio” e “Il dannato Vanni Fucci, detto Bestia”, losco personaggio collocato da Dante Alighieri nella bolgia dei ladri del suo Inferno. All’esterno di alcune abitazioni di Badia Tega si possono osservare le “margolfe”, curiose testine di pietra scolpite che fungevano da protettrici contro il malocchio e gli spiriti maligni. 

 

Altre minuscole località panoramiche che meritano una visita sono Uzzano, Giogalto e Giogatoio, già sedi di fortificazioni medievali, e Monteborgnoli sul crinale che divide Ortignano da Castel Focognano. Sulla cima di Poggio Civitella già i longobardi realizzarono una torre di avvistamento, poi trasformata in castello con una possente cinta murata a secco. Da qui il nome di Civitella Secca, di cui restano importanti tracce.

 

 

Raggiolo, la lunga storia di un borgo di pietra diventato il “paese dei corsi” 

 

Proseguendo lungo la strada provinciale si raggiunge Raggiolo, adagiato su uno sperone che domina la Val Teggina. Prima di entrare nel borgo, meritano di essere osservate le acque dei torrenti che hanno dato per secoli energia a fucine per la lavorazione del ferro e delle armi, segherie e mulini per cereali e castagne. Sempre nella parte bassa del paese, girando lo sguardo a destra, si ammirare il cosiddetto Ponte dell’Usciolino, raggiungibile attraverso un antico selciato che permette il collegamento con Quota di Poppi attraverso il percorso esperenziale detto Sentiero del Sant’Angelo.

 

Le origini di Raggiolo risalgono all’arrivo di popolazioni longobarde sul versante casentinese del Pratomagno, al confine tra le diocesi di Arezzo e Fiesole, nella prima parte del VII secolo. Citato nel 967 come feudo concesso a Goffredo di Ildebrando dall’imperatore Ottone I, il castello fu possesso dei Conti Guidi, che ne potenziarono le fortificazioni a partire dalla metà del Duecento. Uno di loro, Guido Novello II, nel 1301 assunse il titolo di conte di Raggiolo e vi trasferì la sua corte per un ventennio. In quegli anni la Val Teggina visse un periodo di notevole prosperità, grazie ai mulini e agli opifici fatti impiantare nella zona. Ai Guidi la tradizione attribuisce pure la selezione di una particolare castagna, detta ancora oggi “raggiolana”. Dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1320, Raggiolo entrò in orbita aretina, prima con gli Ubertini da Chitignano e quindi con i Tarlati da Pietramala. Dal 1357 divenne possesso fiorentino, ma tentò a più riprese di guadagnare senza successo l’autonomia. Nel 1440 il castello fu devastato dalle truppe milanesi di Niccolò Piccinino in guerra contro Firenze. Le difese murarie non vennero più ricostruite e il luogo finì nell’abbandono. Secondo la tradizione, nel XVI secolo il ripopolamento del paese sarebbe stato favorito dal trasferimento di una colonia di pastori legati alla transumanza, provenienti dalla Corsica. La questione è ancora dibattuta dagli studiosi. Grazie alle attività legate alla coltivazione dei castagni e al passaggio dei bestiami dal Casentino alla Maremma e viceversa, Raggiolo rifiorì e divenne capoluogo di comunità in epoca granducale, unito nella seconda metà dell’Ottocento alla vicina Ortignano.

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale la zona fu rifugio di ebrei in fuga dalle persecuzioni razziali e territorio di scontri tra partigiani e invasori tedeschi. La seconda metà del Novecento venne connotata dal progressivo spopolamento della montagna raggiolatta, ma negli ultimi decenni si è assistito a una inversione di tendenza e gli amanti della natura e della tranquillità hanno fatto del borgo una metà prediletta dove trascorrere la bella stagione. Tante antiche abitazioni sono state recuperate o sono in corso di restauro, in alcuni casi per diventare case vacanze. Nel frattempo è stata strutturata una fitta rete di sentieri che percorre in lungo e in largo questo angolo di paradiso e ogni punto del centro storico di Raggiolo oggi è valorizzato e fa parte di un grande racconto che narra di radici forti e di un carattere identitario da tramandare alle generazioni future. 

 

 

Un centro storico incantato, dove le sorprese sono in ogni angolo

 

Chi visita Raggiolo rimane stregato dai suoi vicoli lastricati, dalle case disposte su diversi livelli che assecondano il declivio del monte, dalle storie che si respirano in ogni singola pietra del borgo verticale.

 

Piazza San Michele, che prende il nome dall’omonima chiesa, è il fulcro del centro storico, il luogo per eccellenza della socialità di ieri e di oggi che soprattutto nei mesi caldi si anima di persone e iniziative. Via Piana è invece la strada principale, quella che attraversa longitudinalmente il paese. Percorrendola si incontra l’Ecomuseo della Castagna e della Transumanza, ricavato dalla ex scuola elementare, che custodisce la memoria collettiva raggiolatta e racconta il legame profondo degli abitanti con il frutto del castagno. Al suo interno è possibile visitare la Sala dei Corsi, utilizzata per le attività che valorizzano il patrimonio storico, artistico e naturalistico del territorio e dove si può approfondire l’arrivo della comunità isolana, che secoli fa permise una fusione di culture diverse unica nel suo genere. 

 

Proseguendo lungo la strada maestra, si può voltare lo sguardo per osservare più in alto la Bastia, ovvero quel poco che rimane dell’antico cassero del castello smantellato nel XV secolo, oppure si raggiungere il Muro delle parole dimenticate, in corrispondenza della fontana principale, che ci parla di vocaboli incisi sulle pietre e modi di dire che un tempo erano diffusi tra gli abitanti. 

 

Altro angolo imperdibile di via Piana è la Stanza del tempo, uno spazio espositivo che accompagna i turisti alla scoperta del passato di Raggiolo attraverso documenti, vecchie fotografie, oggetti di uso quotidiano e strumenti di lavoro che testimoniano come si viveva, in un tempo non troppo lontano, nel borgo e nei suoi dintorni.

 

Il Seccatoio del Cavallari è l’ennesima tappa di un itinerario pieno di sorprese. In questo caso siamo di fronte al luogo in cui le castagne venivano e vengono ancora oggi essiccate tramite il fuoco a legna acceso per giorni e giorni, che dal basso disidrata lentamente i frutti disposti su graticci a un piano superiore.

 

Dal seccatoio si può scendere verso il Mulino di Morino, sul torrente Barbozzaia, percorrendo una stretta viuzza. Qui si osserva un opificio del Settecento restaurato e ancora in grado di produrre farina di castagne di ottima qualità. Dal mulino è possibile effettuare due brevi percorsi: da una parte il Sentiero della Fonte della Diavolina, che consente di raggiungere una piccola sorgente dalle proprietà diuretiche. Dall’altra il Sentiero della Mercatella, che costeggiando il corso d’acqua permette di rientrare nel borgo attraverso un antico accesso. Subito a monte del paese si trova l’incredibile Sentiero dell’Armonia, un itinerario nel bosco incantato per tutte le età, popolato da gnomi e tanti altri personaggi fantastici, realizzati con il legno di castagno da Giuseppe e Renato Giovannuzzi.

 

 

San Michele e il Sepolcreto. Un patrimonio sacro prezioso che si rinnova

 

La Chiesa di San Michele Arcangelo, nell’omonima piazza, è l’edificio religioso più importante di Raggiolo.  Più volte rimaneggiata nei secoli, la struttura ingloba alcune parti dell’antico palazzo del conte Guido Novello II e nel 1735 fu elevata a pieve. La facciata conserva elementi molto interessanti, come il portale gotico che faceva parte della residenza comitale, con l’architrave sormontato dallo stemma dell’Arte della Lana di Firenze. Sul retro si ammira il grande arco a sesto acuto del Coro.  L’interno a tre navate è settecentesco e accoglie opere di epoche diverse. Le più importanti sono la “Madonna con il Bambino” a bassorilievo di stucco dipinto della bottega di Donatello e il busto in terracotta policroma con il “Redentore” della bottega di Andrea Ferrucci, seguace di Andrea del Verrocchio, entrambe databili alla seconda metà del Quattrocento. Seicentesca, anche questa d’area fiorentina, è la scultura lignea policroma di “San Michele che calpesta il demonio”, attribuita alla cerchia di Giovanni Nigetti.

 

Sulle fondazioni di un’antica torre medievale che delimitavano una cisterna, sorge invece il Sepolcreto, una cappella convertita dopo un mirabile recupero in luogo per iniziative culturali.

 

Dal piccolo piazzale dell’ex oratorio gli scorci sui campanili e i tetti del borgo antico diventano cartoline di impagabile bellezza, per chi non è ancora sazio di tutta la magia che trasuda dalle pietre di Raggiolo. 

 

 

 

La brigata di Raggiolo

 

 

Da oltre trent’anni in prima linea per il recupero e la valorizzazione dei tratti distintivi del borgo

 

Dietro alla grande riscoperta di Raggiolo degli ultimi decenni c’è una associazione fondata nel 1994 per iniziativa di un gruppo di volontari, che in tutte le stagioni accende i riflettori sulla storia del paese. Stiamo parlando della Brigata di Raggiolo, straordinario motore che muove tutto quello che riguarda lo sviluppo sociale e culturale della comunità raggiolatta, contribuendo a perpetuare le tradizioni, il genius loci e l’identità così particolare di questa terra incastonata nella fascia pedemontana del Pratomagno che guarda il Casentino.

 

L’associazione si prende cura del patrimonio museale, a partire dall’Ecomuseo della Castagna e della Transumanza fino ad arrivare al settecentesco Mulino di Morino, si preoccupa di accogliere nel migliore dei modi chi giunge in Val Teggina, organizza gli eventi che si rifanno alla tradizione, come la “Festa di Castagnatura” e la “Festa della Transumanza”, ma anche tante altre iniziative adatte alle diverse fasce d’età, soprattutto nel periodo estivo, quando il borgo si riempie di villeggianti e visitatori.

 

In oltre trent’anni di attività, la Brigata di Raggiolo ha promosso una lunga serie di restauri al patrimonio artistico e architettonico di Raggiolo, ha approfondito tanti aspetti della storia locale, ha promosso il territorio dal punto di vista culturale, naturalistico e turistico con risultati eccellenti, in collaborazione con il Comune di Ortignano Raggiolo e tutti quegli enti e associazioni votati alla valorizzazione dei tesori locali.

 

La sede dell’associazione, attualmente presieduta da Franco Franceschini, si trova lungo la via Piana, poco oltre la Chiesa di San Michele Arcangelo, ma i suoi appuntamenti più importanti si svolgono nella Sala dei Corsi, a partire dai “Colloqui di Raggiolo”, giornate di approfondimento che dal 2005 si tengono ogni anno, nel mese di settembre, e coinvolgono studiosi, ricercatori e docenti universitari intorno alla storia del borgo e del Pratomagno casentinese in generale. 

 

Quegli studi, ricerche e saggi dedicati alla valle soIcata dal torrente Teggina hanno dato vita anche a una collana editoriale dall’emblematico titolo “Radici”, diretta da Paolo Schiatti. Nei volumi fin qui pubblicati sono stati affrontati temi variegati come i castelli scomparsi, le architetture minori, i dialetti della zona, le foto storiche e la cucina tradizionale.

 

Dietro al recupero e alla riapertura di siti oggi imprescindibili per chi visita Raggiolo ci sono la sensibilità, la competenza e la passione dei membri della brigata. Pensiamo ad esempio al Seccatoio dei Cavallari, ovvero l’essiccatoio delle castagne più importante della zona, che un tempo si trasformava anche in luogo della socialità dove le famiglie raggiolatte si ritrovavano per stare a veglia e raccontare novelle, accompagnate dal tepore del fuoco acceso. La tradizione viene riproposta ogni anno, ai primi di novembre, all’interno della già citata “Festa di Castagnatura”, che richiama turisti da tutta la Toscana e celebra la filiera della castagna, che dal medioevo scandisce la vita del paese.

 

Un altro mirabile recupero della Brigata di Raggiolo è quello del 2022, in accordo con la Diocesi di Arezzo, Cortona e Sansepolcro, che permise di riaprire il cosiddetto Sepolcreto, una capella che rimane un edificio consacrato ma che è diventato anche un delizioso spazio culturale dove organizzare convegni, concerti e mostre. All’interno le antiche pietre dialogano con l’arte contemporanea grazie all’intervento pittorico del maestro senese Carlo Pizzichini, ispirato al tema della luce.

 

Dopo il restauro, l’edificio si presenta a chi lo visita con parole profonde e sincere, che sono già un programma per il presente e il futuro del borgo casentinese: “un luogo salvo, un rifugio dove lasciarsi portare dal tempo, senza avere fretta. Vi regna il silenzio, il sovrano di Raggiolo, che nel Sepolcreto ancora di più fa percepire il suo salvifico enigma. Qui il silenzio, coniugato alla luce e al colore, apre un varco nel nostro quotidiano sonno, resiste all’oceano di rumore da cui siamo circondati e spesso sommersi, sollecita il pensiero a nuove riflessioni, a un’apertura dell’anima”.

 

Se il benessere psicofisico è un fiore raro che molti cercano e pochi trovano, forse la soluzione è andare a Raggiolo. I fieri raggiolatti sanno bene come farlo crescere.   

 

Articolo precedenteRosso
Marco Botti Aretino di nascita e per vocazione. Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi. Arte, musica, storia della mia città sono il pane quotidiano. Credo nella natura divina dei Beatles.