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La parola poetica, strumento di salvezza

Dal quaderno azzurro delle superiori a un posto di rispetto fra i grandi letterati italiani. Patrizia Fazzi ha dedicato la sua vita all’insegnamento, alla famiglia e alle passioni, in una continua ricerca del vero, del buono e del bello

Danza la penna sul foglio bianco. Un movimento deciso, impaziente eppur dolce ed elegante. Oscilla la testa seguendo lo stesso ritmo, la stessa silenziosa melodia dettata dai pensieri, dalle emozioni. E quando l’inchiostro compone parole, allora diventa arte, libera la musica. E’ la poesia di Patrizia Fazzi.

Nata e cresciuta ad Arezzo, ha dedicato la vita all’insegnamento e alle sue passioni in una continua ricerca del vero, del buono e del bello.

“La poesia mi ha salvata. Nasce da ciò che vedo, che faccio, che sento. E’ lo specchio della mia esistenza, da sempre la forma del vissuto. Trasformo un sentimento in una linea definita di segni da osservare, studiare, cercare di capire. E poi la dono agli altri affinché possano servirsene”.

Era alle medie quando, davanti a un paesaggio, scrisse la prima composizione. Poi un quaderno azzurro, dove appuntare versi e pensieri, l’ha accompagnata per tutte le superiori. Adesso il nome di Patrizia Fazzi fa parte del panorama letterario italiano e una sua poesia è stata inserita nell’antologia A mio padre (Newton Compton 2006) a fianco dei grandi scrittori della penisola. La sua arte ha riscosso grande successo di pubblico e di critica e, nel curriculum, può vantare decine di premi in concorsi letterari e prestigiosi riconoscimenti. Fra i più importanti il Marengo d’oro 2002 per la Silloge inedita, il premio internazionale Il Molinello 2003 (poesia Quarto anniversario), il primo premio Città di Rufina 2003 (poesia Natale al mare), il Firenze Fiorino d’Argento 2005 con il libro Dal fondo dei fati. E ancora i premi speciali Contini Bonacossi 2007 per La conchiglia dell’essere, quello Mario Conti 2012 per L’Occhio dei poeti, oltre a tre statuette del primo premio Tagete. Nel 2014 è stata insignita del titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica.

Laureata con il massimo dei voti e lode all’Università degli Studi di Firenze, per tre anni è stata collaboratrice (didattica e scientifica) nel corso di Letteratura italiana moderna e contemporanea diretto da Giorgio Luti. Poi, come docente, per molti anni si è messa al servizio dei ragazzi, specie del liceo linguistico Vittoria Colonna e ha ideato e coordinato il progetto didattico L’avventura dei linguaggi, ciclo di incontri che ha visto fra i protagonisti Giorgio Barberi Squarotti, Vincenzo Cerami, Luciano Luisi, Davide Rondoni.

“Sono anni difficili quelli dell’adolescenza, anni di vetro, e bisogna camminarci in punta di piedi. Ho sempre cercato di entrare in empatia con i miei alunni pur mantenendo il ruolo di docente. Provavo a insegnar loro un metodo di studio che li aiutasse a mettere ordine tra i fogli e nella mente, che potesse esser utile anche fuori dall’aula. Li spronavo a riflettere su ciò che leggevano, a interpretarlo, a interiorizzarlo per tirar fuori le loro potenzialità. I ragazzi devono essere guidati e incoraggiati, mai offesi”.

Per la sua città, Arezzo, nutre un amore profondo: la terra natia è una culla, fonte d’ispirazione per tanti componimenti. “Guardando i monumenti è possibile attraversare la storia etrusca, romana, il medioevo, il rinascimento. E’ bellezza che si snoda nei vicoli e si esalta negli antichi palazzi e chiese. Dovremmo solo imparare a valorizzare al meglio questo patrimonio”.

Con questo intento ha portato le sue composizioni per Piero della Francesca in sedi prestigiose a Roma, Parma, Montecarlo. Nella sua poesia, che vive fra illuminazione e racconto, ci sono versi dedicati al senso dell’esistenza, alla natura, ai grandi personaggi e artisti del passato, accanto a molti componimenti di tema civile, che riflettono su eventi catastrofici, situazioni sociali, storie di un’Italia che soffre.

“La poesia nasce quando la vita ci colpisce nel dramma o nella bellezza e la parola poetica ha qualcosa di ‘definitivo’, sono parole scolpite nel ritmo. E’ uno sguardo particolare quello dei poeti: non solo vede ma osserva, spesso è uno sguardo impietoso ma lucido. Incrociarlo è un modo per ritrovare se stessi”.

All’attività poetica ha sempre unito quella di critica letteraria, pubblicando numerosi saggi e presto uscirà un libro di poesie dedicate al linguaggio musicale, scritte ascoltando esecuzioni magistrali.

Sposata dal ‘78 con Domenico, ha un figlio, Giacomo, laureato in ingegneria gestionale. “Mi bastano gli affetti, la meraviglia delle cose semplici. Perché la semplicità, anche in poesia, è un punto di arrivo”.

Chiara Calcagno
Chiara Calcagno
Chiara Calcagno
Ostinatamente giornalista, scrivo per lavoro, per piacere, per fare la spesa.
Mi nutro di bellezza, di mare, di vigne e di cinghiale in umido. Quello di mia nonna.
Vorrei avere capelli sempre in ordine e mani curate ma perdo troppo tempo a cercare le chiavi dentro la borsa.