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Le scarpe (della) Festa

Le indossava Menchino Neri nel giorno della “rovesciata dei sogni”, icona della centenaria storia dell’Arezzo calcio. Ma le calzature di questa famiglia aretina, prodotte fin dagli anni ’50, sono un simbolo di qualità, esperienza, sensibilità manuale. Veri capolavori di estro e fantasia anche fuori dal campo di gioco

È il 9 giugno 1985. Sull’erba di casa l’Arezzo, contro un ostico Campobasso, sta combattendo per rimanere in serie B. Domenico Neri, per tutti Menchino, capitano della squadra, ha appena sbagliato un rigore al gusto di salvezza. L’unico sapore in bocca di un Comunale gremito è quello amaro della delusione, tra lacrime rassegnate che rigano i volti. Ma passano pochi minuti e Amedeo Carboni ottiene un calcio d’angolo. La palla sbuca sulla fascia opposta, Mangoni la scodella in mezzo e, a riscrivere il destino dell’Arezzo, c’è proprio il numero 8. Menchino ci mette fantasia, tenacia, follia. E un cuore immenso. Sotto gli occhi increduli della Sud, ribalta se stesso, l’Arezzo e uno stadio intero: “la rovesciata dei sogni” buca la porta e salva il Cavallino. E’ il gesto tecnico più celebre della storia amaranto. Be’ quel giorno il capitano aveva ai piedi le scarpette Festa. “Le aveva realizzate mio padre Francesco ma avevamo contribuito anch’io e mio fratello, come usavamo fare in quegli anni. In qualche modo ci sentiamo di aver  messo del nostro in quel magico momento”.

L’azienda calzaturiera Festa viene fondata da Francesco negli anni ’50. Originario di Sant’Arcangelo Trimonte, in Irpinia, dopo aver studiato e lavorato all’estero, acquisendo la tecnica per la costruzione della calzatura di alta qualità, decide di aprire una bottega artigianale ad Arezzo, città di ambiziose prospettive imprenditoriali. Un piccolo negozio vicino allo stadio Comunale dove dar libero sfogo al proprio estro e al proprio talento. Gli affari vanno bene, in terra toscana la qualità viene riconosciuta e premiata e quella firma “F” trova sempre più spazio e consensi. Ma la manualità di Francesco viene presto notata anche dall’Unione Sportiva Arezzo che, nel 1966, propone al giovane calzolaio un contratto da custode per seguire la prima squadra. “A quel tempo il custode si occupava dell’abbigliamento dei calciatori e, soprattutto, doveva aver cura delle scarpette riparandole, ammorbidendole, migliorandole quando necessario. Mio padre iniziò così a specializzarsi in quel settore e il confronto costante con i giocatori lo aiutò a crescere e perfezionarsi. Imparò a costruire scarpette da calcio innovative e ricercate”. Così nel 1978, Francesco prende coraggio, abbandona la squadra per tornare al suo negozio e proporre i nuovi prodotti a un pubblico sempre più vasto. “Ebbe successo non solo a livello locale; venivano giocatori da Siena, Perugia, Firenze a richiedere le sue scarpe e quelli dell’Arezzo non smisero mai di supportarlo e dargli fiducia. Posso citare Francesco Graziani, con il quale era molto amico, Amedeo Carboni, Menchino Neri, Alessandro Calori, Andrea Ranocchia. Mio padre fece le prime scarpe colorate della storia, erano amaranto in onore alla squadra della città promossa in serie B”. Il consolidamento dell’attività arriva con l’ingresso nell’attività dei due figli Giuseppe e Domenico ai quali il padre insegna con devozione il mestiere. Giuseppe sviluppa subito un’eccelsa capacità manuale, apprendendo segreti e tradizioni e trasformandoli in arte. Domenico, che fin dalla tenera età frequenta la bottega, è il creativo della famiglia, dotato di gusto estetico e visione. Frequenta un corso per modellisti per poi tornare nel negozio con sogni e idee rivoluzionarie. Oltre ai modelli tecnici sportivi vengono rispolverati quelli classici borghesi e proposte nuove collezioni di sneaker che racchiudono passato e futuro della calzatura d’alta gamma. “L’ispirazione arriva da ogni angolo, da ogni oggetto, da ogni volto. Nelle mie creazioni sono stato stimolato dalla pop art, da vecchie scarpe da ciclismo, da un scatola da the metallizzata con sgargianti scritte colorate. O dalla tarte tatin, la squisita torta rovesciata nata per sbaglio. Non puoi sapere da dove arriva l’idea, devi solo essere in grado di riconoscerla e di saperla interpretare”. Inizia collaborazioni con brand importanti e prestigiosi di moda mai trascurando il proprio locale e il marchio di famiglia che prende il nome di Domenico Festa. “Un riconoscimento al mio lavoro di modellista, un regalo da parte di mio padre e mio fratello che è venuto a mancare proprio poco tempo fa. Giuseppe non è mai stato il mio secondo, la sua tecnica era unica. Nessuno dei due si è mai seduto all’ombra dell’altro. Anzi penso che questa nostra sana competizione, il continuo confronto siano stati motore indispensabile per migliorarsi”.

La sede, per motivi di spazio, oggi si è spostata in via del Tramarino dove, sotto un unico tetto, viene realizzato l’intero processo produttivo: dallo studio dei modelli, alla scelta dei materiali fino alla completa realizzazione. “Poco tempo fa è tornato Amedeo Carboni in negozio, poggiava la mano sulla spalla di un giovane. Era suo figlio, voleva che avesse le stesse scarpe che avevano accompagnato e coccolato lui nella sua carriera”. Nelle scarpe Domenico Festa, richieste in tutto il mondo, si legge la passione, la sensibilità e l’esperienza di ogni mano che, con cura, le lavora. E’ lusso artigianale. Ricerca dei materiali, confort e bellezza delle linee esaltate in ogni minimo dettaglio. “La mia scarpa più bella? So che devo ancora farla”.

 

Chiara Calcagno
Chiara Calcagno
Chiara Calcagno
Ostinatamente giornalista, scrivo per lavoro, per piacere, per fare la spesa.
Mi nutro di bellezza, di mare, di vigne e di cinghiale in umido. Quello di mia nonna.
Vorrei avere capelli sempre in ordine e mani curate ma perdo troppo tempo a cercare le chiavi dentro la borsa.