Massimo Sassoli racconta la visione che guida DV Italy: un’impresa nata dall’incontro tra stile, manifattura, intuizione e capacità di leggere il cambiamento

 

Dalla moda all’oreficeria, da Arezzo a Milano passando per Vicenza, dal lavoro per i grandi marchi alla costruzione di un’identità autonoma. Massimo Sassoli racconta il suo percorso imprenditoriale e creativo come una traiettoria fatta di intuito, disciplina, qualità e memoria. Ne emerge una visione precisa: il gioiello non è un semplice prodotto, ma un equilibrio tra emozione, portabilità, cultura del bello e responsabilità verso chi lo indossa. In questa conversazione, il titolare di DV Italy riflette sul senso del Made in Italy, sulla differenza tra stile e tendenza, sul valore dell’artigianalità nell’epoca della tecnologia e sul rapporto tra radici territoriali e mercato globale.

 

 

Lei arriva dalla moda e poi entra nel mondo dell’oreficeria. Che cosa le ha lasciato quel primo percorso?

 

«A me ha lasciato soprattutto questo: l’educazione alle proporzioni, alle cromie, al gusto per il bello, all’armonia complessiva. E poi mi ha lasciato la curiosità. Quella è stata decisiva. Senza curiosità non si cresce, non si cambia, non si interpreta il mercato. E soprattutto non si resta vivi dentro il proprio lavoro».

 

 

Quando ha capito che non bastava più rispondere al mercato, ma serviva costruire un marchio con una visione precisa?

 

«Quest’anno faccio cinquant’anni di lavoro, quindi di cambiamenti ne ho visti parecchi. Il primo spartiacque è stato nel 1999, quando ho fondato DV Italy. Venivo da un’altra esperienza imprenditoriale, avevo una fabbrica, lavoravo con altre strutture, ma stava diventando evidente che il mondo non permetteva più rigidità. Non bastava fare un solo tipo di prodotto. Bisognava diventare più elastici, più rapidi, più capaci di leggere le richieste e rispondere in tempi veloci. Il secondo è stato il Covid. In quel momento ho capito che il sistema distributivo stava cambiando ancora più radicalmente. L’online ha accorciato molti passaggi, ha messo in discussione mediazioni che sembravano inevitabili. Non è stata una semplificazione totale, perché nel nostro settore vendere e spedire un gioiello richiede attenzione, sicurezza, affidabilità. Ed è lì che abbiamo deciso di investire davvero nella costruzione di un brand nostro: “Cuori Milano”. Costruire un marchio significa dare coerenza a ogni dettaglio: prodotto, comunicazione, distribuzione, immagine, tono, riconoscibilità. Oggi siamo arrivati a circa cinquecento punti vendita in Italia con una pubblicità quasi nulla».

 

 

Nel suo racconto torna spesso un’idea forte: il gioiello come espressione della personalità. Come si traduce concretamente in una collezione?

 

«Si traduce partendo da una consapevolezza che oggi, secondo me, si tende a dimenticare: il gioiello non è un prodotto qualsiasi. Anche quando viene realizzato in una dimensione industriale, non può essere pensato come un oggetto industriale in senso freddo. Il gioiello viene acquistato per impulso, ma anche per emozione. E impulso ed emozione non si gestiscono solo con i numeri o con il design astratto. Quando progetti un gioiello devi immaginare una persona che lo indossa. Per questo io dico spesso che non basta disegnare un gioiello: bisogna ottimizzarlo, accompagnarlo, costruirlo in ogni dettaglio».

 

 

Lei distingue spesso tra stile e tendenza. In un settore che vive anche di desiderio immediato, come si difende lo stile?

 

«Conoscere le tendenze è necessario. Seguirle in modo passivo, invece, è pericoloso. Le tendenze servono a capire il clima, la direzione, il linguaggio del presente. Ma se insegui tutto, alla fine non sei più riconoscibile. Diventi un contenitore, e il mercato è pieno di contenitori. Possono anche funzionare, per carità, ma un brand è un’altra cosa».

 

 

Nel suo lavoro, dove si incontrano artigianato e innovazione?

 

«Si incontrano nel punto esatto in cui capisci che l’uno non può sostituire l’altra. Perché il sapere artigianale, nel gioiello, non è un residuo del passato: è una base attiva, quotidiana, necessaria. La tecnologia è uno strumento utilissimo, ma non è il fondamento. Se manca l’esperienza del maestro orafo, se manca la sensibilità di chi conosce davvero la materia, il rischio di fare errori enormi è altissimo. Innovare non significa cancellare il mestiere. Significa dargli nuovi strumenti senza svuotarlo del suo senso».

 

 

Arezzo, Vicenza e Milano: tre città diverse, tre mondi diversi. Che cosa rappresentano per lei?

 

«Rappresentano una geografia strategica e culturale insieme. Arezzo e Vicenza sono due capitali produttive del settore. Hanno storie, tecniche, vocazioni diverse, ma entrambe hanno un peso enorme nella gioielleria italiana e sono riconosciute ovunque. Milano, invece, è il luogo dell’osservazione avanzata, del commercio, della relazione, delle tendenze, dei linguaggi del mercato. Io questa triangolazione l’ho costruita nei primi anni Duemila perché sentivo che non bastava produrre bene: bisognava anche saper guardare, intercettare, posizionarsi».

 

 

E Arezzo, invece, che cosa le dà?

 

«Arezzo mi dà profondità. Io ho aperto a Vicenza nel 1986, quindi dal punto di vista professionale mi sento metà aretino e metà vicentino. Ma resto completamente aretino. Vivo qui, torno qui, penso qui. Arezzo ha qualcosa di particolare. Forse è una sedimentazione culturale antica, forse è davvero un’eredità che arriva da molto lontano. Io credo che questa città abbia una capacità di interpretazione e di resilienza molto forte. Se guardi il rapporto tra dimensioni della città e qualità delle persone che da qui sono uscite, nei più diversi campi, capisci che c’è una densità non comune. C’è un’arte interna, quasi una predisposizione, che in qualche modo influenza chi ci vive».

 

 

Quanto conta, oggi, la squadra?

 

«Conta tutto. Il leader serve, l’idea forte serve, il progetto ha bisogno di una guida. Ma senza collaboratori di livello non vai da nessuna parte. Oggi meno che mai. Il mondo è troppo complesso, troppo interconnesso, troppo veloce per pensare ancora alla figura dell’uomo solo al comando. Una squadra motivata, preparata, coinvolta negli obiettivi è fondamentale».

 

 

Seguire ogni creazione fino all’approvazione finale è controllo o responsabilità?

 

«Prima di tutto responsabilità. Poi garanzia. E infine controllo. Io metterei quest’ordine. Se guidi un’azienda e non senti responsabilità verso chi lavora con te, verso i clienti, verso il consumatore finale, allora manca il fondamento. Il prodotto non è mai neutro. Qualcuno lo sceglie, lo compra, lo indossa, lo regala, lo carica di significato. Questo ti obbliga a esserci».

 

 

Che cosa significa oggi Made in Italy?

 

«Significa molto, ma non basta dirlo. Se il Made in Italy diventa solo un’etichetta, perde valore. Il mondo ha delocalizzato moltissimo, ha delegato enormi quote di produzione a grandi fabbriche globali, e oggi in tanti settori si vede il prezzo di quella scelta. Però non possiamo reagire limitandoci a uno slogan. Un prodotto fatto in Italia, se non ha originalità, qualità costruttiva, portabilità, gusto del bello, non rappresenta davvero il Made in Italy. Per me quel marchio deve corrispondere a un valore concreto, a una cultura del prodotto, a una capacità di trasformare la materia in qualcosa che abbia identità».

 

 

Il museo aziendale che avete costruito è memoria o manifesto?

 

«Prima di tutto memoria. E io penso davvero che chi non ha memoria non abbia futuro. Quel museo serve a ricordare che in Italia, già nell’Ottocento, esisteva una capacità straordinaria di inventare tecniche, strumenti, soluzioni produttive. Il sapere manifatturiero non nasce oggi e non può essere trattato come un dettaglio folkloristico. Il museo dice proprio questo: noi veniamo da qui, da una storia, da una cultura del fare bene».

 

 

Che cosa è cambiato nel consumatore di gioielli?

 

«È cambiato quasi tutto. Per molto tempo il gioiello in oro e argento è stato legato a occasioni precise e a un’idea di valore riconosciuto. Era un oggetto bello, ma anche un bene che portava con sé un significato economico chiaro. Oggi la comunicazione ha mescolato molto le carte. I social hanno accelerato questo processo. Per questo credo che oggi il tema della comunicazione sia decisivo: bisogna spiegare di più, raccontare meglio, aiutare il consumatore a capire che cosa sta scegliendo davvero».

 

 

Come si costruisce un’identità di brand senza ripetersi?

 

«È una delle cose più difficili. Quando un brand riesce a iconizzare un prodotto ha fatto un passo enorme. Ma proprio lì nasce il rischio: restare prigionieri di quell’icona oppure tradirla nel tentativo di cambiare. La soluzione non è inseguire l’ultima novità. La soluzione è restare fedeli alla propria ricetta, continuando però a lavorarla».

 

 

Ultima domanda: se dovesse definirsi con una sola parola, sceglierebbe intuito, conoscenza o creatività?

 

«Direi intuito. E subito dopo conoscenza. La creatività è importante, ma io ho sempre pensato che da sola non basti. L’intuito ti fa vedere prima, la conoscenza ti permette di trasformare quella visione in qualcosa di reale. E la conoscenza, a sua volta, nasce dall’esperienza. Alla fine credo che ciò che mi rappresenta davvero sia questo intreccio: intuire e sapere. Il resto viene dopo».