Tra Arezzo e la Valtiberina, un corridoio naturale ricco di storia, natura e misteri da svelare in ogni stagione
Geolocalizzazione
La Valcerfone, con i suoi boschi e sentieri, piccoli borghi abbandonati o sapientemente recuperati, ruderi di possenti castelli e preziosi luoghi di arte e fede, è una delle aree più sorprendenti del comune di Arezzo. Questa valle lunga e stretta, abitata fin da tempi remoti, che mette in collegamento il capoluogo e la Valdichiana con la Valtiberina, è una terra ricca di gioielli storico-artistici e ambientali sempre più apprezzati dai turisti, soprattutto quelli che amano la tranquillità e la natura. Ce lo ricordano le tante strutture ricettive e agrituristiche sorte negli ultimi decenni.
La zona prende il nome dal corso d’acqua principale che l’attraversa, il Cerfone, che nasce dal Monte Corneta e, dopo un percorso di oltre trenta chilometri, nei quali viene alimentato da una fitta rete di torrenti e rii, si getta nel Tevere all’altezza di Lerchi, nel comune di Città di Castello. Tra i principali rilievi che circondano il lungo corridoio naturale si ricordano l’Alpe di Poti, il Monte Dogana, il Poggio dello Spicchio e il Monte Favalto, da cui si godono panorami straordinari. Le principali vie che la attraversano da ovest a est sono la E78 o strada Due Mari e la SS73 o strada Senese Aretina. Un tempo la valle veniva solcata anche dalla Ferrovia dell’Appennino Centrale o Arezzo – Fossato di Vico – di cui si conservano alcune gallerie e stazioni – smantellata dopo i danni della Seconda Guerra Mondiale.
Nei toponimi della Valcerfone, echi di lotte tra Bizantini e Longobardi
La valle è una delle aree più interessanti per comprendere la fase, tra la seconda metà del VI secolo e la prima metà del VII secolo, in cui Longobardi e Bizantini si contesero questa parte dell’Italia centrale.
Dopo l’occupazione di Arezzo da parte dei primi, gli avversari furono costretti a un brusco arretramento e crearono una linea difensiva che passava dai monti a est e sud-est della città, come Poti, Lignano, Camurcina, Altoviti e Cavadenti. Le lotte si protrassero fino ai primi decenni del VII secolo, finché la potenza longobarda non dilagò definitivamente anche in Valcerfone e Valtiberina. Le chiese nella zona consacrate a San Michele Arcangelo, santo di riferimento della popolazione germanica dopo la conversione al cristianesimo, sono indicative. Dall’altra parte, toponimi e dedicazioni a santi prediletti dai Bizantini restano come tracce di quel periodo dell’Alto Medioevo in cui questi ultimi, dopo aver perso Arezzo, la Valdichiana e la Val di Chio, provarono a reggere l’urto longobardo.
Sul versante dell’Alpe di Poti che guarda verso Arezzo, la località di San Severo è, ad esempio, dedicata al dodicesimo vescovo di Ravenna. La città romagnola era la capitale dell’Esarcato, quella sorta di circoscrizione amministrativa dell’Impero Romano d’Oriente comprendente, tra VI e VIII secolo, la maggior parte dei territori controllati in Italia. A breve distanza si trovano i resti della chiesa di San Marino, intitolata a un altro santo caro a Bisanzio. Spostandoci in Valcerfone, troviamo la chiesa di Sant’Apollinare ad Albiano, consacrata al fondatore della Chiesa ravennate vissuto nel I secolo, la pieve di San Cassiano, martire imolese del III secolo, e la chiesa di Sant’Andrea a Castellonchio, dedicata al fondatore della Chiesa d’Oriente, il cui culto si diffuse nella fascia appenninica e subappenninica dell’Italia Centrale grazie ai soldati limitanei antilongobardi, che nei loro avamposti fortificati di confine includevano spesso una cappella dedicata al santo apostolo. Sempre nei pressi di San Cassiano, il toponimo Fonte Romana è un palese riferimento a uno di questi distaccamenti militari.
Le antiche pievi, depositarie della memoria spirituale e sociale della valle
Sebbene molte parrocchie siano state soppresse a causa dello spopolamento della Valcerfone avvenuto nel secolo scorso, varie chiese o ciò che ne resta ci ricordano pagine di devozione presenti anche nel più piccolo e sperduto agglomerato di case. Esse erano riunite in epoca medievale intorno a tre pievi, che oltre al ruolo di chiese battesimali facevano anche da collante sociale e amministrativo.
La pieve di San Donnino a Maiano, luogo di culto di Palazzo del Pero, il principale centro abitato della valle, è di origine altomedievale o per qualcuno paleocristiana. Citata nei documenti dal 1064, fu parzialmente ricostruita nel corso del Trecento e nei secoli a seguire affrontò altri rimaneggiamenti, come quello del 1910 che le donò l’aspetto attuale. Al suo interno sono da ammirare una preziosa abside semicircolare dell’XI secolo protetta in una sala della canonica e opere d’arte di varie epoche, come alcuni affreschi tre-quattrocenteschi, tra i quali si distingue una “Madonna del latte” nella seconda cappella a destra, immagine che rimanda ai culti delle acque salutari presenti in tutta la Valcerfone, anche prima dell’arrivo del cristianesimo.
Di origine altomedievale ma documentata dall’XI secolo è anche la pieve dei SS. Lorentino e Pergentino a Ranco, lungo la sponda destra del Cerfone, nella parte più orientale del comune di Arezzo. Ricostruita in epoca romanica a pianta basilicale con tre navate, la chiesa subì numerosi cambiamenti tra Settecento e Ottocento. L’ultimo grande restauro avvenne nel 1917 in seguito a un terremoto. Apparteneva a questa pieve il fonte battesimale monolitico degli anni Ottanta del XII secolo, oggi custodito nel Museo di Palazzo Taglieschi ad Anghiari.
La pieve dei SS. Ippolito e Cassiano, in località San Cassiano, su un’altura marginale del contrafforte meridionale del Monte Marzana che separa Valtiberina e Valdichiana, era quella che aveva il territorio di competenza più piccolo. Riportata nei documenti dall’XI secolo, sorse probabilmente agli inizi del VII secolo. Nel corso del Duecento la pieve fu declassata a chiesa e il suo piviere venne assorbito da quella di San Donnino a Maiano. Dopo la soppressione della parrocchia, avvenuta negli anni Sessanta del secolo scorso, l’edificio subì un lento e inesorabile declino, arrestato negli ultimi anni dalla “San Donnino di Palazzo del Pero Onlus”, che la sta mirabilmente recuperando.
Un territorio privilegiato per la fioritura di abbazie dalla storia millenaria
Per le sue caratteristiche morfologiche e geografiche, la Valcerfone fu nel Medioevo terra ideale per il monachesimo.
Lungo la SP40, che da Palazzo del Pero conduce al Passo della Foce, si trovano i resti di Badia di Croce o Badicroce, abbazia benedettina documentata dall’XI secolo, dedicata ai SS. Abbondio e Abbondanzio. Con le soppressioni sabaude del 1866 il complesso benedettino venne incamerato dal Regno d’Italia che lo vendette a privati. Da allora vi furono vari passaggi di proprietà e l’ex area monastica divenne un’azienda agricola. Dell’antica chiesa abbaziale, rimaneggiata nel tempo, sopravvivono le tre absidi e la stupenda cripta con volte a crociera e capitelli imbutiformi.
La Fattoria di Badicroce fu teatro nel 1944 di uno dei più efferati eccidi nazifascisti del territorio aretino, avvenuto a più riprese tra il 3 e il 10 luglio. A metà strada tra il luogo della strage e Palazzo del Pero, nel cosiddetto Pian d’Usciano, si osserva il monumento dedicato alle 17 vittime della carneficina.
All’XI secolo risale anche Badia San Veriano, a est dell’Alpe di Poti. Il monastero benedettino accettò nel secolo successivo la regola camaldolese. Nel 1513 l’abbazia fu unita alla Badia di Santa Maria degli Angeli di Firenze, da cui venne scollegata nel 1808. Fu quindi parrocchia fino alla seconda metà del XX secolo.
La chiesa triabsidata e la sua affascinante cripta con i capitelli a cono rovesciato hanno evidenti relazioni con la coeva Badicroce. Purtroppo, è andato quasi del tutto perso il campanile circolare in stile bizantino-ravennate.
Incastonati in cima a una piccola altura, poco oltre Palazzo del Pero se si percorre la SS73 verso la Valtiberina, si trovano i resti di Badia San Benedetto a Ficarolo. Prima di salire verso la meta, vale la pena di sostare di fronte al monumento che ricorda un’altra strage nazifascista, quella del 24 giugno 1944 all’Intoppo, in cui furono trucidati dieci civili.
La struttura religiosa venne realizzata nella seconda metà dell’XI secolo, in seguito alla donazione di un terreno di alcuni nobili della zona all’abbazia di Montecassino. La celebre porta di bronzo del monastero ciociaro, con i nomi incisi dei vari possedimenti, cita anche “in Aretio S. Benedictus in Ficarola”.
Nel Quattrocento il declino del complesso monastico fu costante e nelle visite pastorali di fine Cinquecento la chiesa risultava ormai diruta. La famiglia Romani, attuale proprietaria dell’ex area abbaziale, rilevò ciò che rimaneva a Ficarolo tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, riadattando gli edifici per ospitare i contadini che lavoravano i suoi poderi. Tra il 1990 e i primi anni Duemila furono recuperate le due coloniche ormai inutilizzate per accogliere un agriturismo, mentre dell’edificio di culto resta la stupenda abside in pietra, pentagonale all’esterno.
I castelli della Valcerfone, fedeli sentinelle a controllo del fondovalle e delle vie di comunicazione
In una terra così strategica dal punto di vista economico, politico e militare, nel Medioevo non poteva che sorgere un nutrito numero di luoghi fortificati. Bivignano, Corneta, Galloro, Ranco e Vignale erano alcuni dei più rilevanti.
Il fenomeno dell’incastellamento nella valle, come in gran parte del territorio aretino, si sviluppò tra la fine del X e la prima metà dell’XI secolo. Di questi fortilizi si sono perse in gran parte le tracce. Ai nostri giorni rimangono, nella migliore delle ipotesi, resti diruti qua e là, mentre in altri casi la loro esistenza passata si può dedurre solo grazie ai toponimi che ancora li ricordano, come Castellaccio, Castelluccio, Castellare, Castellonchio, Castelrotto e Castiglioncello.
Simone De Fraja, nel suo volume “Fortificazioni medievali in Valcerfone“ del 2011, edito dalla Società Storica Aretina, censiva oltre trenta siti tra quelli presenti direttamente nella valle e quelli a essa collegati, come Citerna, Lippiano, Marzana, Monterchi e Torre dell’Elci.
Ranco, un possente castello di “leonardesca” memoria
Citato anche nella famosa “Mappa della Valdichiana” realizzata da Leonardo da Vinci intorno al 1503, il Castello di Ranco spunta dalla boscaglia quando si percorre l’ultimo tratto della E78 prima delle Ville di Monterchi.
Il luogo, definito anche “Rancaccio” a indicarne il degrado secolare, è documentato dal Duecento, ma la sua origine è probabilmente più antica. Nel XIV secolo finì nell’orbita dei Tarlati da Pietramala, di cui divenne un caposaldo. Il maniero rimase in mano tarlatesca fino al 1439, quando venne ceduto a Baldo di Piero Bruni, meglio conosciuto come Baldaccio d’Anghiari, celebre capitano di ventura ucciso in una congiura il 6 settembre 1441 a Firenze. Secondo un’altra versione, Baldaccio occupò il sito fin dal 1430.
Due anni dopo la morte violenta, la vedova Annalena Malatesta vendette il fortilizio ai Brandaglia, che segnarono la storia del castello per i successivi secoli e, persa ormai la funzione militare, lo trasformarono in dimora sfruttando le case-torri presenti. Nel XIX secolo ciò che restava di Ranco passò ai Franceschi.
L’architettura militare, arroccata su un piccolo rilievo a controllo della riva destra del Cerfone, in origine era circondata da fossati, scarpate e spesse mura. Una cinta esterna accoglieva il nucleo abitativo e seguiva l’andamento irregolare del terreno. Una seconda cerchia più piccola delimitava l’area signorile. Al suo interno si riconoscono ancora le vestigia di due poderose torri duecentesche a pianta trapezoidale, oggetto di interventi nel XIV secolo.
Santa Maria alla Rassinata, terra di confine dalle incantevoli vedute
Il percorso alla scoperta dei principali luoghi della Valcerfone si conclude nella località di frontiera per eccellenza del comune di Arezzo, la Rassinata, distante circa 25 chilometri dalla città. Il posto si raggiunge percorrendo la SP41, una via panoramica che conduce verso il Passo della Dogana e l’antico confine tra Granducato di Toscana e Stato Pontificio. Proseguendo oltre la frazione, si possono scoprire le valli dell’Ansina e del Nastore, ormai in terra umbra.
Isolata e in posizione leggermente sopraelevata, rispetto al paese, si trova la chiesa di Santa Maria Assunta, che fino all’accorpamento alla diocesi di Arezzo nel 1950, fece parte per secoli della diocesi di Città di Castello.
La chiesa della Rassinata è di origine medievale. Il suo aspetto odierno è figlio di vari interventi ma ancora si scorgono parti della struttura realizzata in stile romanico tra XII e XIII secolo. L’ultimo restauro risale al 2005.
Dopo aver visitato anche questo lembo finale di terra aretina, dove Toscana e Umbria si incontrano e gli scenari mozzafiato si perdono all’orizzonte, la Valcerfone è ormai entrata a pieno diritto nel nostro cuore, destinata a rimanervi a lungo.








