Vigile del fuoco ad Arezzo e pompiere poeta per il resto d’Italia, Andrea Bindi ha trasformato i turni in caserma e le sirene della notte in un diario in versi che ha conquistato lettori, critici e social

 

Quando lo annunciano come “il pompiere poeta”, ad Andrea Bindi viene ancora da sorridere. Nato ad Arezzo nel 1983, vigile del fuoco, quel soprannome gliel’hanno cucito addosso come una seconda divisa: «È il modo con cui la gente prova a tenermi insieme, il lavoro e le parole».

Scrive versi da ragazzo, poi arrivano turni, sirene, interventi. La scrittura scivola in fondo finché i social non la riportano a galla: per anni i suoi testi restano su Facebook, tra un post e una foto. «Pensavo che, tolti dal web e dalle immagini, non avrebbero avuto respiro».

La svolta ha il volto di Simona Viciani, traduttrice ufficiale di Charles Bukowski. Bindi le manda alcuni testi, lei risponde che quelle pagine meritano lavoro e gli offre la prefazione. Nasce così, nell’estate 2024, Inquieto vivere (Edizioni Helicon), libro che lui immagina destinato allo scatolone in garage e che invece, in pochi giorni, esaurisce la tiratura e diventa un piccolo caso editoriale, con ristampe e presentazioni in tutta Italia: «È un’altra cosa rispetto al like: qualcuno esce, va in libreria e paga per le tue parole».

La sua poesia sta stretta alle categorie. Lo scrittore Marco Vichi dice: «Non so cosa sia, ma mi piace». Bindi la riassume così: «La poesia è come una barzelletta: se la devi spiegare, non fa più ridere». Niente vezzi letterari: scene e dettagli concreti, scale, pianerottoli, caserme.

Il pompiere non è un eroe ma un punto di vista. «Fare il vigile del fuoco mi ha permesso di entrare nelle vite degli altri. Noi arriviamo quando qualcosa si rompe: una casa, un corpo, un equilibrio. Non vado agli interventi a cercare storie, vado a lavorare. Ma restano sguardi, frasi, silenzi».

Per evitare la retorica dell’eroe sposta l’attenzione sugli altri: chi chiama il 115, chi aspetta sulle scale, chi non torna. «Racconto più quello che il pompiere vede che quello che fa».

Il passaggio dai social alla carta e poi alle presentazioni è, per lui, una rivelazione: «Sui social ci siamo conosciuti, con il libro ci siamo riconosciuti e agli incontri ci siamo finalmente visti». La poesia, insiste, è «un’arte a due»: lui ci mette le parole, gli altri l’emozione.

Dentro quei libri c’è anche la biografia sentimentale: un padre, con cui il rapporto è stato burrascoso e poi ricucito, le cassette ascoltate da bambino nel letto accanto al suo, la scoperta, per sbaglio, di Gianluca Grignani al mercato, i cantautori italiani e Bruce Springsteen.

Nel 2025 è arrivato il secondo volume, Una storia vera, che Bindi considera «più carnoso» del primo: «Se il primo è un figlio nato quasi per caso, questo è il figlio cercato».

Arezzo l’ha eletto “Aretino dell’anno”, le sue poesie compaiono sulla rivista Barrio e il tour di presentazioni non si ferma. Tra un turno di notte e un regionale il “pompiere poeta” continua il suo diario sui social, convinto che non esista il poeta di professione: «Voglio restare uno che racconta una vita normale facendo un lavoro che normale non è».

In caserma lo aspetta il fuoco, quello vero e quello metaforico. «Noi pompieri lavoriamo con gli elementi. La scrittura, per me, è lo stesso: l’equilibrio tra quello che brucia dentro e quello che non si può spegnere».

In fondo, per lui, la questione è tutta qui: tenere insieme la sirena e il silenzio, la caserma e il foglio bianco, qualcosa che non si può controllare mai fino in fondo.