Tenuta San Jacopo è cresciuta tra sostenibilità, vini e oli premiati, restauro di vigneti e paesaggio, nuove sfide nell’ospitalità. Una storia che lega Cavriglia e il Valdarno a un progetto di valore internazionale

A Cavriglia, nel cuore del Valdarno, la Tenuta San Jacopo racconta una storia di radici familiari e di visione. Dopo l’acquisto da parte della famiglia nel 2003, il passaggio decisivo è stato l’arrivo di Costantino Cattaneo, che nel 2017 ha preso in mano l’azienda portando energia, competenze diverse e uno sguardo aperto al futuro.

La sua guida ha segnato un’accelerazione importante: sviluppo commerciale, una cantina nuova e apertura a progetti di ospitalità innovativi.

Oggi San Jacopo produce vini e oli premiati, capaci di esprimere la freschezza e l’identità del Valdarno, terra riconosciuta fin dal 1716 da Cosimo de’ Medici tra le più vocate alla viticoltura.

Il percorso non si è limitato alla produzione: dal recupero architettonico degli edifici rurali alla rinascita di Villa Castiglioncelli, fino alla progettazione di una nuova struttura ricettiva, San Jacopo si propone come un modello di equilibrio tra tradizione e innovazione. Con Costantino al timone, la Tenuta guarda lontano: preservare la storia e il paesaggio, ma con una visione contemporanea di sostenibilità e ospitalità.

Come ha influito la sua formazione in design industriale sulla guida della Tenuta e quale visione ha portato?

Il design industriale, pur lontano dal vino, ha influenzato il mio approccio, insegnandomi a osservare i prodotti e a cercare soluzioni sostenibili e innovative. Nel 2017, trovandomi a gestire 140 ettari senza esperienza agricola e senza indicazioni, è stato uno shock, ma anche l’inizio di una vera rivoluzione. Ho applicato subito le mie competenze: rinnovando immagine, etichette e comunicazione, creando una forza vendita e ampliando cantina e barricaia, aumentando la capacità di vinificazione entro gli edifici esistenti. Parallelamente ho studiato molto e mi sono circondato di collaboratori competenti. Il mondo del vino è affascinante ma immobile, per questo credo sia importante introdurre nuove competenze e visioni provenienti da altri settori.

Quali interventi di restauro di vigneti e paesaggio avete fatto, conciliando tradizione e innovazione?

Quando la famiglia acquistò l’azienda, gran parte dei vigneti e degli edifici risaliva agli anni Ottanta. Abbiamo mantenuto solo le parcelle storiche – Trebbiano a Erboli e Sangiovese della Vigna del Mulino – per la loro qualità. Per dare corpo ai  vini a base Sangiovese abbiamo piantato Montepulciano: una scelta rischiosa che nelle annate migliori ha dato risultati unici. L’oliveta di 20 ettari era stata rigenerata dopo la gelata del 1985, mentre gli edifici sono stati convertiti in magazzino e spazi ricettivi. L’agriturismo ha accantonato lo stile tradizionale toscano a favore di linee pulite e materiali caldi e contemporanei, un design che mantiene la sua freschezza anche dopo vent’anni.

I vostri vini sono biologici: come unite questi valori etici alla qualità produttiva?

Il biologico è parte della nostra filosofia e, fin dal primo anno, per noi è sempre stata la normalità. Richiede più attenzione e costi maggiori: nel 2023 la peronospora ha colpito duramente, salvando solo il 20% del raccolto. Nonostante ciò, preservare territorio, biodiversità e suolo resta imprescindibile. Per noi la questione è soprattutto filosofica: produrre con rispetto per l’ambiente significa responsabilità verso la comunità e il futuro. La sostenibilità, parte della mia esperienza professionale e della mia vita, va di pari passo con la qualità della vita e del lavoro collettivo.

Quali vini e oli rappresentano meglio la Tenuta e quali novità state preparando?

L’olio è unico e di grande soddisfazione, pluripremiato da Slow Food e NYIOOC. Tra i vini: l’Orma del Diavolo, blend storico di Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon, giunto alla ventesima annata. Erboli, Trebbiano in purezza, vinificato in parte in Tonneaux e in parte in anfora, produzione limitata. Caprilus, Montepulciano prodotto solo nelle annate migliori, premiato come Top Wine da Slow Wine. Il Boncitto, primo spumante metodo Charmat a base Chardonnay, resta un simbolo storico dello sprint che abbiamo portato ma oggi l’identità della Tenuta è meglio rappresentata da Orma del Diavolo e Caprilius.

Quali progetti avete per Villa Castiglioncelli, tra restauro storico e futura apertura agli eventi?

La villa è sempre stata una sfida: interventi strutturali e affreschi crollati hanno rallentato i lavori. Dopo il mio primo anno in azienda, abbiamo ripreso il progetto con l’obiettivo di ospitare eventi. Nel 2025 il cantiere si è concluso e l’inaugurazione ha raccolto oltre 400 partecipanti. Oggi la villa può ospitare eventi interni fino a 150 persone e esterni fino a 400, con cucina attrezzata. La prossima fase prevede la creazione di 12 suite, 60 posti letto nelle coloniche, piscina e ristorante, affidando la gestione a un partner specializzato per garantire competenza alberghiera in progetti di alto livello.

In che modo la storia e il paesaggio di Cavriglia e del Valdarno influenzano i vostri vini e l’ospitalità?

Il Valdarno, vocato al vino fin dal 1500 e riconosciuto da Cosimo de’ Medici, offre suoli di arenaria che danno vini freschi ed equilibrati. I classici fermentano in legno, i nuovi in anfora di gres. L’agriturismo accoglie prevalentemente un turismo europeo  e, con la nuova struttura, punteremo a un pubblico luxury ma consapevole, partecipando al rinnovamento territoriale della zona.